Ogni fase, tutte le tattiche, le strategie, i progetti conoscono un inizio, uno sviluppo e, prima o poi, una fine. Nulla di strano, nulla di nuovo, nulla di veramente drammatico per chi ha della politica una visione dinamica, positiva, inquieta. Ecco perché constatare oggi che per l'intero movimento una fase - l'ennesima - si è conclusa non ci atterrisce o ci spaventa. Anzi. Il continuo mutamento degli scenari obbliga tutte le forze in campo a verificare di volta in volta strumenti e tempi, materiali e obiettivi. E' un compito spesso faticoso, difficile ma, almeno per chi crede nella politica come possibilità di cambiamento generale, obbligatorio. Come c'insegnano le rivoluzioni (poche) e i fallimenti (tanti) del Novecento, chi rifiuta, chi teme il confronto con il "nuovo", con la realtà è destinato a richiudersi su posizioni conservatrici, statiche, inevitabilmente perdenti.
Con buona pace dei pavidi e degli sciocchi, è arrivato perciò il tempo di riflettere con lucidità sulle prospettive e le potenzialità del movimento. Andiamo con ordine. Il lungo ciclo iniziato cinque anni fa all'indomani di Fiuggi si è esaurito, consumato. La rabbia, il disgusto per lo "strappo" finiano si sono lentamente metabolizzati e sulle rovine di quella che fu la "casa comune" missina sono nati due diversi soggetti politici ognuno con uno sviluppo proprio, caratteristiche originali e problemi differenti.
Alleanza Nazionale , passaggio dopo passaggio, continua la sua marcia verso il centro cercando di contendere a Forza Italia un ruolo di leadership nel campo moderato. Come dimostrano le recenti sconfitte non si tratta di un percorso lineare né indolore ma per il partito di Fini il sentiero è, in ogni caso, segnato, la direzione di marcia verso il liberalismo è obbligata. Nonostante le resistenze di una minoranza, indietro non si torna. Diversa la situazione per il Movimento Sociale Fiamma Tricolore .
Dopo gli entusiasmi un po' ingenui degli inizi, il partito ha dovuto, prima d'arrivare all'obiettivo delle europee, affrontare una lunga, perigliosa "traversata del deserto". Nel corso del nostro difficile viaggio molte cose sono successe e , soprattutto, strada facendo ci siamo accorti che la carovana marciava a due velocità. Accanto a chi vedeva il MS-FT come un soggetto politico in costruzione, un "work in progress" aperto su cui investire energie, un punto di partenza obbligato ma superabile, vi era (e vi è) chi ha continuato ad attardarsi su un progetto irrimediabilmente datato come quello di Spazio Nuovo '79 . Ma ciò che sembrava (ed era) innovativo vent'anni fa, è ormai terribilmente invecchiato, e, purtroppo, non più rivitalizzabile con appelli "sociali", banalità terzomondiste, spruzzate laburiste o confusi richiami etno-regionalisti.
La fine di un percorsoNel 1999, piaccia o meno, i punti cardine dell'analisi rautiana - lo sfondamento a sinistra e la linea nazional-popolare come risposta e alternativa alla crisi dei marxismi - sono definitivamente obsoleti. Il crollo del comunismo è infatti un dato epocale , acquisito e - soprattutto - abbondantemente superato, digerito; il mitico proletariato centrale non c'è più e la "fabbrica totale" fordista è, fortunatamente, un ricordo. La sinistra post-marxista è oggi ben altro dal sovietismo analizzato l'altro ieri da Rauti mentre il mondo del lavoro post-industriale (con il suo carico di alienazione o/e ricchezza sociale) è stato sconvolto da nuove culture e nuove tecnologie assolutamente non previste e comprese dall'anziano "figlio del sole". Ormai abbacinato da rispettabili nostalgie e inchiodato a desueti schemi generazionali, a Rauti sfuggono la complessità del "villaggio elettronico", le potenzialità insite nella rivoluzione informatica, le effettive possibilità di liberazione proposte dalla tecnica.
Dimenticando gli insegnamenti di Spengler, Junger, Schmitt, Heidegger e gli altri maestri del "modernismo reazionario" tedesco o le anticipazioni di Drieu, De Man, Marinetti ma anche di Le Corbousier e Sant'Elia, il segretario del MS-FT si limita a drammatizzare i rischi, le incognite, le paure che la"civiltà delle macchine" inevitabilmente evoca. La logica conseguenza è un arretramento su linee bucoliche, passatiste, conservatrici, tutte intrinsecamente deboli, tutte perdenti. Da qui gli scenari di fantasia - tutti imperniati su un'improbabile figura di "lavoratore" (una sorta di icona operaista da venerare e "risvegliare" con petizioni, camicie nere e buone intenzioni) oppure su categorie parassitarie, residui sociali dell'assistenzialismo democristiano - su cui una parte del movimento si attarda.
Non meraviglia quindi che la critica rautiana alla globalizzazione si fermi ad una retorica anticapitalista in cui si mescolano faticosamente echi tardo-evoliani, riflessioni sociologiche mutuate dal goscismo francese, rimasticature wojtyliane. Calata nella prassi politica, la progettualità del vecchio capo d' Imperium si riduce così a poche piccole, inutili battaglie in difesa di attività residuali e/o museali (le botteghe artigiane, il pane tradizionale, le tinture vegetali, gli olivicoltori reatini, gli aranceti lucani, la pietra olare etc) al pronunciamento di parole d'ordine giustizialiste e - cosa imbarazzante per chi un tempo si definiva ghibellino - al ripiegamento su posizioni codine, papiste, guelfe. Inchiodato ad un impianto teorico statico e datato, frastornato dal cambiamento in atto, il segretario del MS-FT - come confermano le centinaia di articoli tutti uguali - non scandalizza, non interessa più a nessuno.
Constatata la sua sconfitta, Pino Rauti ha optato una volta di più per la fuga dall'agorà, dalla polis e ha deciso di trincerarsi, come nella primavera del 1991, in un accidioso isolamento, in un arroccamento sterile ma oggettivamente complementare e subalterno al progetto finiano. La rinuncia dell'ex discepolo di Evola ad esprimere una cultura d'opposizione per preferire un più tranquillo culto della testimonianza e della nostalgia, è infatti perfettamente sinergica alla "neutralizzazione" dell'area neofascista disegnata all'indomani di Fiuggi da Pinuccio Tatarella. Una scelta suicida a cui gli avversari non concedono nemmeno l'onore delle armi. Del resto, come rispettare un nemico che non intimorisce, un generale sconfitto da se stesso, un condottiero che ha distrutto puntualmente (1969, 1980-82, 1991, 1994, 1999) i suoi eserciti e disperso i suoi ufficiali?.
E ancora. Quando Gustavo Selva definisce Rauti "un innocuo nonnetto ammalato di fascismo" è certamente poco elegante, sicuramente sgradevole; resta però il fatto che nessuno prende più sul serio l'ultimo capo storico del neofascismo. Le formule massimaliste e gli slogan demenziali ("sei disoccupato diventa missino" , ovvero "sei gobbo diventa cieco", "sei sfigato diventa un rottame" e cosi via...) fanno ridere mentre le frasi ad effetto, "rubate" di volta in volta a Pierre Bourdieu o a Alain De Benoist, le solite similitudini che l'antico "incendiario d'anime" ripete sempre più stancamente, sempre con meno convinzione, annoiano e intristiscono. Un finale decisamente malinconico per un uomo che tanti anni fa intravide tra i fuochi d'Algeri, Goa, Atene il sorgere di un Ordine Nuovo ....
La terra dei mortiUna stagione si è chiusa . La trattativa privata di Rauti con A.N. o F.I. e le patetiche purghe interne , rappresentano solo l'ultimo atto di una vicenda umana e politica contraddittoria, tormentata, difficile che va comunque rispettata e che dovrà essere analizzata con serenità, con distanza, magari con affetto. Domani. Oggi, sfortunatamente per l'interessato, il problema Rauti non è ancora storicizzabile. Al di là delle implicazioni personali e delle valutazioni private, vi è un dato politico che riguarda tutto il movimento.
Gli attuali comportamenti minimalisti del segretario del MS-FT (tra cui registriamo la chiusura di riviste, l'azzeramento della scuola di partito, l'offensiva contro il mondo giovanile) impediscono la costruzione di qualsiasi prospettiva di ampio respiro e bloccano qualsiasi ipotesi di crescita, di sviluppo, di aggregazione, di dialogo. Da qui, oltre alla modestia progettuale, il provincialismo, l'incapacità d'intervento nel reali, il rifiuto di qualsiasi confronto con le energie intellettuali a noi vicine, il timore di serie verifiche interne, la desolante marginalità che ci affligge. La spiegazione della crisi del MS-FT, del suo isolamento culturale e mass-mediale, è tutta nella involuzione personale del suo segretario. Ma non è tutto. L'esaurimento della spinta propulsiva rautiana, oltre a determinare il presente stato di malessere nel movimento, ha aperto le porte a derive regressive e reazionarie. La mancanza di elaborazione e di strategie credibili, l'assenza di "voglia di futuro", ha fatalmente attratto tutti coloro che si accontentano di uno spazio chiuso, settario, decisamente innocuo. Dietro i pallidi ricordi di Linea Futura e Spazio Nuovo, hanno trovato rifugio tutti coloro che concepiscono la politica come uno stato emozionale, un semplice momento di auto-affermazione in cui sfogare il proprio ribellismo. Il più delle volte si tratta di persone estranee (per età o percorsi) all'esperienza rautiana e missina che, cercando un ruolo o una storia, si aggrappano ad una lettura del Fascismo dogmatica, scolastica, superficiale. Rassicurante e reazionaria.
Tutto il contrario, insomma, di ciò che fu l'esperienza mussoliniana!.
Da qui l'arroccarsi di alcune zone del partito su posizioni pre-politiche. Il copione è sempre il solito: isterismi clericali e preteschi, gusto del gruppuscolarismo, primitivismo, complottismo, folclore nostalgico giustificato da frettolose letture, sottile paura, celata sotto i richiami a una presunta "purezza", di confrontarsi con l'altro da sé. L'unico colloquio possibile per queste aree è con i propri simili. E' ovvio che il dibattito con queste frange non è interessante né necessario: registrare la presenza di comportamenti marginali non significa considerarli degni di dignità politica.
Passaggio al futuroCiò che invece importa, ciò che è urgente è l'apertura di una nuova fase politica.
Studiando, analizzando, dibattendo. Comprendendo tempi e passaggi, consci, come insegna il buon Schimtt che politica significa scelta, decisione, conflitto, guerra.
Perciò prima della battaglia (di ogni battaglia) bisogna definire il terreno, capire dov'è appostato il "nemico", chi può esserci "amico", forgiare uno strumento all'altezza dello scontro in atto e, infine, battersi.
Se vogliamo avere un ruolo e un destino, dobbiamo perciò interrogarci innanzitutto su quale terreno di scontro impegnarci, quali saranno i "luoghi della politica" di oggi e quali quelli del conflitto di domani. Non si tratta di utopie o semplici ipotesi. Come da tempo avvertono Tarchi e Veneziani, il panorama è chiaro: nei prossimi decenni assisteremo alla sfida tra cultura liberal e post-marxista e pensiero comunitarista e antiutilitarista, una contrapposizione che si tradurrà, prima o poi, in un riallineamento dei soggetti politici mentre le grandi linee di frattura del passato, nate dalle conseguenze della storia degli ultimi due secoli, saranno sconvolte e ridefinite. Intervenire in maniera dignitosa in questo scenario ci obbliga perciò ad aggiornare, rafforzandola, la nostra critica alla modernità liberista e ad individuare, attraverso una lettura disincantata dei meccanismi della globalizzazione, un percorso praticabile per il superamento del capitalismo. Uno sforzo ambizioso che deve sintetizzarsi e completarsi in una proposta possibile - e comprensibile - di Stato Nuovo, alternativo a quello Stato Etico Mondiale che gli architetti della società mercantilista ci stanno preparando. Su questo discrimine, su queste coordinate dobbiamo fissare la nostra identità, la nostra volontà di potenza, il nostro bisogno di cambiamento, di avventura. Il resto è retorica, cattivo romanticismo, noia. Ma se la nostra scelta di campo epocale è ovvia e naturale, se il traguardo che ci poniamo è la costruzione di una reale "via d'uscita" dal capitalismo, rimane aperta la discussione sulle strade da seguire. Ciò che ci attende non è facile né semplice ma dobbiamo farlo. Con la convinzione che è finalmente tempo di uscire dall'astrattezza per calare le nostre analisi nella prassi, rendere le idee operative e comprensibili, individuare i tempi giusti e, finalmente, vincere.
Ecco perché è necessario abbandonare radicalmente - la rivoluzione non è un disegno, non è un elegante ricamo, non è un pranzo di gala ma è sempre un atto di violenza... - tutto ciò che è caduco e inutile, bisogna ritrovare l'essenziale, l'irrinunciabile, la spinta creativa, gli elementi su cui (ri)fondare la cultura di "stato nascente " tipica d'ogni movimento fascista. Apriamo quindi il dibattito sullo strumento necessario (quale "forma" dare al partito), sulle tattiche da adottare per affrontare i complessi passaggi che ci attendono e sulla strategia per realizzare il nostro obiettivo storico: l'alternativa del sistema. Il tutto senza paure e timori, senza dogmi e "verità rivelate", ma con il necessario realismo rivoluzionario, tanta intelligente curiosità ed un
goccio di gioiosa follia.La partita è tutta qui. Adesso. Possiamo vincerla.
Marco Valle
N. B. Se qualcuno avesse veramente e sinceramente voglia di discutere e controbbattere queste tesi, la Redazione assicura di non avere nulla in contrario alla pubblicazione di tesi diverse e opposte a quanto qui esposto.
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