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La crisi che sta travagliando al suo interno la Fiamma Tricolore è emblematica e significativa per tutto il nostro mondo. E quando diciamo nostro mondo intendiamo tutta quell'area che si riconosce distante dal neoliberismo di Alleanza Nazionale e dal suo appiattimento politico e che non ha rinunciato ad alcune istanze fondamentali quali la concezione di uno Stato sociale e nazionale, la lotta contro il liberalcapitalismo e l'alta finanza, la rifondazione di un'autentica comunità nazionale ed europea cementata da vincoli non solo economici ma spirituali, tanto per citarne qualcuna.

La crisi, a nostro avviso, non può essere presentata o vista come una disputa tra Pino Rauti e l'europarlamentare Bigliardo. Quest'ottica è troppo riduttiva, interessatamente fuorviante e va pertanto respinta. La crisi implica problematiche certamente più vaste e complesse e pone molti interrogativi che coinvolgono, piaccia o non piaccia, tutti i militanti della Fiamma che pensano e che non possono non chiedersi cosa avverrà di questo Partito nei prossimi mesi, se non nelle prossime settimane. Innanzitutto , vogliamo sottolinearlo, a nostro avviso, la presente crisi dei vertici del partito viene da lontano e le sue radici sono, forse, da ricercarsi nella stessa origine della Fiamma Tricolore, nei primi mesi della sua esistenza, nei suoi primi passi, all'indomani di Fiuggi.

Chi era all'Ergife il 29 gennaio 1995 e prese parte al moto di rivolta contro Fini e le sue scelte antifasciste, sentì allora di partecipare alla costruzione di un nuovo e al tempo stesso antico movimento politico: il Movimento Sociale Italiano, integro in tutte le sue anime e le sue componenti, rinnovato nell'ansia della battaglia sociale. Quel giorno c'erano cattolici e pagani, evoliani e gentiliani, esponenti della sinistra nazionale e della destra sociale, seguaci di Spirito e di Schmitt, esponenti di case editrici e centri librari, di associazioni culturali e movimenti tra i più disparati. C'era Giorgio Pisanò con il suo Fascismo e Libertà, Cesare Biglia e i combattenti della R.S.I. , c'erano Modesto Della Rosa e tanti, tantissimi altri camerati. C'era pure Pino Rauti. Quest'ultimo, assunte le redini del Movimento, invece di promuovere la crescita organizzativa e politica del Partito, seguì ben altra strada, cercando sin dal primo momento di stabilirne il controllo personale e assoluto. Gli errori da allora sono stati tanti. Così si spiegano la continua messa alla porta di camerati intelligenti e rappresentativi, la loro messa in mora, la loro cacciata dal Partito o il loro semplice isolamento perché se ne andassero da soli. Vogliamo ricordarne i nomi? A quelli di sopra dobbiamo aggiungere Tommaso Staiti, Enzo Erra, Clemente Manco, il Prof. D'Espinosa, Adriano Tilgher. Senza dimenticare l'espulsione insensata di Giribaldi di Genova o la distruzione di intere federazioni solo perché in dissenso con il vertice.

Quella che avrebbe dovuto essere la "casa comune" di tutti per avviare una nuova e più incisiva fase nella storia del nostro mondo umano e politico alle soglie del Terzo Millennio, è diventata in questi anni, suo malgrado, lentamente, ma inesorabilmente, una formazione qualunque, una delle tante, nella costellata e frazionata area nazionalpopolare. Non a caso al suo fianco sono sorti il Fronte Nazionale e Forza Nuova. Non dunque un movimento arioso e spazioso, articolato in un'organizzazione capillare, in grado di assegnare a tutti un ruolo militante efficace, degno del suo passato e della sua storia, ma il partitino di Pino Rauti, disegnato sulla falsariga di quella che potremmo definire un'ex corrente del vecchio M.S.I.. Roberto Bernaudo, dirigente calabrese, in una non lontana riunione del Partito ebbe a parlare di "Lista Rauti", evidenziandone i macroscopici limiti. La stessa scelta del titolo LINEA per il mensile, prima, e il quotidiano, poi, della Fiamma dimostra palesemente quella che si è rilevata essere più che una tendenza.

Chi scrive, impegnato nel difficile e ingrato compito di reggere le sorti della Federazione romana, un compito a dir poco stressante, se si pensa alla esigenza primaria di fare ordine e chiarezza tra i militanti della capitale, notoriamente ribelli e disincantati, e di tenerli il più possibile uniti, nonostante le diffidenze e i sospetti, forse per questo non ebbe a rendersi conto di quanto andava accadendo per volontà del vertice.

Oggi, in una situazione di immobilismo totale, con l'azzeramento di quel poco di classe dirigente che il Partito era riuscito a creare, con la ratifica di commissariamenti delle federazioni "scomode" (Napoli, Milano, Pescara, Ascoli Piceno ecc.), con la sospensione di Nicola Cucullo, l'unico Sindaco di cui la Fiamma dispone, con la sospensione addirittura del Presidente del Comitato Centrale, reo di aver convocato quest'organo alla legittima scadenza dei quattro mesi, come da Statuto, con l'annunciata sospensione dell'unico parlamentare europeo, Roberto Bigliardo, e dell'unico parlamentare nazionale, Luigi Caruso, la crisi della Fiamma diventa di fatto cronica e irreversibile. E a chi attribuirne la responsabilità se non al suo massimo vertice? Nella incessante perdita di pezzi, nella incapacità di aggregare e amalgamare, Pino Rauti ha mostrato ancora una volta di non essere in grado di governare il partito. Di non averne la forza, di non averne l'intelligenza. E in questo è recidivo. Chi, infatti, ha dimenticato le scelte sbagliate nella guerra del Golfo, quando si schierò con gli americani, o la cattiva gestione del vecchio M.S.I. che lo indussero a dimissioni improvvise? Ma come si può pensare di governare un partito con le sospensioni e i provvedimenti disciplinari contro chi dissente?? Un partito in cui l'esecutivo è di nomina del segretario, i coordinatori regionali sono di nomina del segretario, i segretari provinciali sono quasi tutti commissari nominati dal segretario - pochi infatti sono quelli eletti veramente dalle singole federazioni - dei membri del Comitato Centrale effettivamente eletti a Chianciano sono rimasti ben pochi, sostituiti in grandissima parte da elementi cooptati dal segretario e di conseguenza a lui riconoscenti. Dove sono dunque le garanzie che un movimento di militanti merita?

Ma oramai questa è un'altra storia, una storia che dimenticheremo. Che abbiano ragione Rauti o i dissidenti che accusano Rauti di truccare le carte e reclamano a gran voce un congresso che il "segretario" continua a negare, un congresso che avrebbe dovuto tenersi già un anno fa, la stagione Rauti si sta avviando ormai alla conclusione.

E' una stagione che si chiude e si chiuderà fatalmente, inesorabilmente. Difficilmente chi pure lo desidera, riuscirà ad imbalsamare questo ex leader. Gli uomini passano, le idee restano! Non è forse vero? E allora?

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E allora è dovere di tutti i militanti andare oltre e interrogarsi sul futuro. Non solo della Fiamma, ma di tutto il nostro mondo. Quel mondo vasto e composito che alle soglie del Terzo Millennio, di fronte al crollo del modello industriale, di fronte alla crisi strutturale del liberalcapitalismo, sente di serbare in sé delle enormi potenzialità e che vuole fare sentire fortemente, prepotentemente la propria voce. Per questo è necessario lavorare per l'unità di tutte le nostre forze. La crisi della Fiamma e la messa in discussione di Rauti, hanno destato - ve ne siete accorti? - in tutta l'area nazionalpopolare e nazionalrivoluzionaria un fermento e un entusiasmo, un'attenzione e un interesse come non si vedevano da tempo. E nelle riviste, nei numerosissimi bollettini dei nostri circuiti si reclama a gran voce di lavorare per costruire finalmente, insieme, tutti insieme, quella "casa comune" che finora la pochezza e la inadeguatezza di taluni, hanno impedito. Il convegno di Roma nella sala del Parlamento Europeo il 12 e il 13 novembre u.s., ha segnato una pietra miliare su questa strada. Non a caso hanno voluto essere presenti uomini tra i più diversi: da Antonio Parlato a Enrico Landolfi, da Teodoro Buontempo al sottoscritto, da Roberto Bigliardo a Stefano Menicacci, da Maurizio Messina a Marco Valle, dall'Avvocato Tirone ad Antonio Finiello, da Maurizio Cabona a Giovanni Perez, da Romolo Sabatini a Gabriele Fergola, da Pino Cangemi ad Alfredo Iorio, a Gerardo De Prisco, come pure esponenti di Italicum, di Ordine Sociale, giornalisti del quotidiano Rinascita, ragazze dell'Associazione Maternità e Infanzia e tanti altri.

La questione è ormai di tracciare un nuovo percorso politico, partendo da un'unità di intenti, da un comune riconoscersi in alcune istanze fondamentali, individuando i punti che uniscono, dando nuovamente ali alla fantasia e trasformando i fermenti in azione politica organizzata e strategicamente orientata. La strada è lunga e faticosa ma il tentare è doveroso. Le crisi sono positive quando servono a maturare e a fare uscire dalla palude.

 

Nicola Cospito

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