Il nostro onore si chiama FEDELTA'!

La morte di Sigfrido

La morte di Sigfrido è descritta nel XVI capitolo (o "avventura") del "Nibelungenlied", la "canzone dei Nibelunghi", poema di autore ignoto, scritto nel linguaggio della Germania meridionale tra l’XI ed il XIII secolo, ma ampiamente attingente a tradizioni orali notevolmente più antiche.

I fatti narrati possono, ad un dipresso, venire riassunti come segue.

Gunther, re dei Burgundi, ed Hagen, suo potente vassallo, decidono di liberarsi di Sigfrido, loro fedele amico, uccidendolo a tradimento.

Hagen, con l’inganno, si fa indicare da Crimilde, sposa di Sigfrido e sorella di Gunther, il punto esatto, fra le spalle, dove l’Eroe era vulnerabile (Qui infatti il suo corpo non era stato bagnato dal sangue del drago Fafnir, che rendeva la pelle più dura di una corrazza, poichè una foglia di tiglio, caduta da un albero, vi si era posata sopra). I due congiurati organizzano quindi una caccia in un’isola del fiume Reno, stabilendo di attuare il loro criminoso piano nel corso di questa.

Davvero oscura e fitta era la foresta che si stendeva su quella "vasta isola", i cacciatori - erano in molti poichè Gunther era un re assai potente - vi si avventurarono ma ognuno cacciò per conto proprio, inoltrandosi nei sentieri che più preferiva, affinchè poi si potesse premiare il migliore, "chi avrà ucciso più selvaggina".

Sigfrido cacciò con l’aiuto di "un solo bracco", per stanare la selvaggina, e del suo veloce cavallo. Tale fu nella caccia la sua abilità che "egli ebbe fra tutti il plauso più grande". Prima abbattè un "fortissimo cinghiale", poi un "immane leone", quindi "uccise un bisonte ed un alce, quattro uri giganti ed un fortissimo cervo" e mai "cervi o daini sfuggirono alle sue frecce". "Poi il cane da punta stanò un immenso cinghiale" e "lo sposo di Crimilde lo colpì con la spada, a nessun cacciatore sarebbe riuscito un tal colpo".

Infine, quando la caccia volgeva al termine, fu la volta di "una fiera paurosa, un orso selvaggio, un grande orso massiccio". "A piedi l’inseguì Sigfrido, l’afferrò e senza ferirlo lo legò in un baleno", poi lo portò all’accampamento, lo liberò ed ancora una volta si misurò con lui, finchè "gli fu sopra con la spada ed a morte lo colpì".

Come la caccia ebbe termine, i cavalieri si riunirono per riposarsi e mangiare. Le vivande servite furono davvero squisite ma, per colpa di Hagen, incaricato dell’organizzazione, nessuno potè avere neanche una goccia di vino. Poichè tutti avevano una gran sete e si lamentavano, Hagen astutamente disse: "Nobili cavalieri, so di una fredda sorgente non lontano da qui, non siatemi irati, laggiù possiamo andare". Tutti accettarono l’invito ma Hagen, per separare Sigfrido dagli altri, propose al giovane Eroe di cimentarsi con lui in una gara di corsa, a chi dei due fosse giunto per primo alla fonte che sgorgava ai piedi di un albero di tiglio. Naturalmente vinse Sigfrido e tale era la sua sete che, appena giunto alla sorgente, subito si chinò a bere. Era proprio quello che Hagen attendeva: ergendosi alle spalle di Sigfrido, gli scagliò contro la lancia, mirando a quell’unico punto fra le spalle in cui lo sapeva vulnerabile. Il ferro penetrò nelle carni, trapasso il cuore ed uscì dal petto. Terrorizzato dal suo stesso delitto, Hagen fuggì -non prima però di essersi impossessato di Balmung, la spada di Sigfrido che era posata lì vicino, a terra- ma non riuscì ad evitare di essere colpito dallo scudo che l’Eroe moribondo, raccogliendo le ultime forze, gli aveva scagliato dietro.

"Cadde fra i fiori, lo sposo di Crimilde" e "rampognò coloro che avevano tramato morte e tradimento"...ma le sue ultime parole furono di amore e non di odio, pregando Gunther -che pure aveva ordito l’assassinio insieme ad Hagen- affinchè volesse prendersi cura di Crimilde, ora rimasta vedova.

" I fiori tutt’intorno erano molli di sangue.

Lottava con la Morte. Ma fu breve lotta,

perchè l’arma della Morte ha filo tagliente.

Nè più potè parlare il nobile cavaliere".

Ecco, fu così come ora narrato che, secondo il "Nibelungenlied", avvenne la morte di Sigfrido.

Ma come andrà mai inteso questo racconto? Dobbiamo fermarci al significato letterale oppure dovremo cercare eventuali sensi nascosti dietro i veli di un’arcaica simbologia?

Questa - della simbologia- è probabilmente la via giusta da battere e sarà quindi opportuno cominciare a chiederci quale significato sia possibile attribuire, in base al simbolismo germanico medievale, alle parole "fiume", "isola", "foresta", "caccia", "fonte", "tiglio", "cane", "cavallo", "spada", "scudo" e via dicendo.

Il fiume è sovente inteso come linea di separazione fra due mondi, quali il mondo fenomenico (Quello che cade sotto il dominio dei sensi fisici ed in cui noi, fin dalla nascita, siamo abituati a vivere) ed il mondo soprasensibile, detto anche "astrale" o "immaginale" (Ossia mondo delle pure forme, quelle costituite dall’eterea sostanza animica o spettrale. E’ un mondo di cui avremo piena nozione nel post-mortem ma dove possiamo penetrare anche da vivi, in un momento di estasi o di forte tensione spirituale).

Mondo fenomenico e sovramondo, dunque "riva del Reno dove si stendeva il regno di Gunther" e, di contro, "isola in mezzo al fiume".

Isola che rappresenta la nostra psiche profonda, l’inconscio in cui sono radicati i desideri inferiori e tutte quelle negatività che poi germogliano e fioriscono, dando luogo ad un’oscura foresta, popolata da animali feroci e selvaggi, palesi simboli dei nostri vizi.

Cacciare nell’isola in mezzo al fiume, ossia essere capaci di scendere dentro di noi fino a raggiungere gli angoli più bui e reconditi della nostra psiche e qui stanare tutte quelle turpitudini, spesso inconfessabili, che vi hanno dimora.

Poi, una volta stanate, dovremo provvedere a combattere ed a debellare, utilizzando le consuete armi dello spirito, nel racconto adombrate dalle armi materiali (Spada, arco, lancia e via dicendo).

Imprese non certo agevoli, quelle or ora cennate, sì che per essere condotte a buon fine presuppongono sempre l’aiuto - come l’ebbe Sigfrido!- di un buon cane da punta e di un veloce cavallo. Questi due animali, come noto, sono fedeli amici dell’uomo e, per di più, sembrano quasi possedere un "sesto senso" che li aiuta ad orientarsi ed a muoversi agevolmente nei domini del sovrasensibile: il cane per riconoscere prontamente quanto di nauseabondo è in noi, mentre il cavallo provvede a comunicarci quell’entusiasmo e quell’energia che sono necessari per riuscire vincitori in una lotta così aspra e pericolosa.

La caccia, ossia una lotta senza quartiere contro i nostri vizi. Lotta solitaria, poichè necessariamente svolta nell’intimo di ognuno di noi. Lotta contro la vanagloria ed il desiderio di dominare dispoticamente, adombrati dal leone, visto ovviamente nel suo aspetto negativo; contro la foga delle passioni, specie quelle di natura sessuale, rappresentate dal cinghiale, animale simile al maiale ma molto più aggressivo e feroce; lotta contro la brama di ricchezze materiali, simboleggiate dagli uro e dai bisonti (Assai pregiati come carni da mangiare, nonchè come pelli con cui fare vestiti, tende ed oggetti vari di cuoio); lotta contro l’ambizione di primeggiare nell’impiego delle armi, incarnate nella natura regale e combattiva del cervo e dell’alce; ma lotta soprattutto contro l’orso, indiscusso signore delle foreste e dei paesi nordici (Dove abitavano i Germani) e manifesto simbolo dell’egoismo, il re di tutti i vizi poichè è nel suo gelido "amore per sè stessi" che affondano le radici di tutte le negatività di cui si sostanzia la nostra natura inferiore.

Quanto or ora detto a proposito dell’orso spiega poi come mai con la sua uccisione, ossia con l’estinzione di ogni germe di egoismo, abbia avuto termine la caccia di Sigfrido.

Infine, come si è detto, suonò il corno che chiamò a raccolta i cacciatori per mangiare...ma -ahimè!- non fu servito il vino, ossia quella divina bevanda che nei banchetti fa fraternizzare gli uomini, suscitando in loro sentimenti di gioia e di amore.

Un pranzo senza vino, cioè un pranzo fatalmente destinato a concludersi nell’odio e nel dolore.

" Se il vino non c’è -disse Sigfrido ad Hagen- bisognava almeno accamparsi in riva al Reno", per dissetarsi con le acque del famoso fiume. Acque davvero preziose, quelle del Reno, poichè nascondevano un duplice tesoro: anzitutto la fertilità e l’abbondanza, che generosamente elargivano alle terre da loro bagnate, e poi perchè sottraevano alla cupidigia degli uomini -custodendolo nelle loro inviolate ed inviolabili profondità- il famoso oro del Reno, quell’oro metallico che da sempre è stato la causa prima di ogni contesa, abiezione e tradimento.

L’oro del Reno: anche Gunther ed Hagen soggiacquero al suo mortale fascino, sì che per lui vennero detti Nibelunghi, che letteralmente significa "popolo delle nebbie" ovvero "popolo dei morti", poichè chi si rende schiavo della sete dell’oro subito diventa un "morto vivente", cioè un morto nello spirito ancorchè vivo nel corpo.

La sete, una sete implacabile, come si è visto, "torturava il guerriero Sigfrido" sì che, imprudentemente, non esitò un solo istante ad accogliere l’invito traditore di Hagen che lo sfidava a correre a gara, a chi dei due arrivasse per primo alla "fredda sorgente dall’acqua limpida e dolce" che sgorgava non lontano da lì, ai piedi di un gran tiglio.

La sorgente è un consueto simbolo della vita che fluisce perenne, ossia della vita eterna, quella che emana da Dio ed a Lui ritorna.

Bere alla sorgente significa dunque aspirare con tutte le nostre forze -ormai pure, poichè nel corso della caccia sono state mondate da ogni vizio- a trascendere i limiti dell’umano fino a diventare un tutt’uno con la vita che pulsa nell’intero Creato. Corollario di questa ascesi è poi la conquista di una sapienza superiore, quella che disvela gli insondabili misteri della nascita, della vita e della morte.

Ma, come già sottolineato, la sorgente a cui bevve Sigfrido scaturiva ai piedi di un grande tiglio dal quale attingeva tutti i suoi mirabili poteri...ma cosa rappresentava presso i Germani il tiglio?

Il tiglio -in tedesco "Linde"- era simbolo di fedeltà, amore ed amicizia, proprio quelle virtù che caratterizzavano Sigfrido, costituendo ad un tempo la sua forza e la sua debolezza. La sua forza in quanto grazie ad essa egli si qualificava come puro eroe e perfetto cavaliere.

Ma anche la sua debolezza poichè chi è fedele, leale e generoso diviene spesso vittima di avversari privi di scrupoli e pronti al tradimento, il che spiega perchè mai Sigfrido fosse vulnerabile proprio là dove, una volta, si era posata una foglia di tiglio.

Si rammenta altresì come la madre di Sigfrido avesse per nome Siglinda che letteralmente vuol dire "la vittoria del tiglio" od anche "la vittoria dell’amore e dell’amicizia".

Per amore ed amicizia si può dunque sia vivere che morire...ma chi muore per tener fede a tali alti valori sarà comunque un vincitore, poichè avrà vinto sè stesso, il suo egoismo, quel terribile "orso selvaggio" che si annida in ognuno di noi e che Sigfrido, nell’ultima impresa di caccia, ha saputo così arditamente catturare, vincere ed uccidere.

Un ultimo quesito: come mai Sigfrido, prima di morire, ha scagliato lo scudo contro Hagen?

La risposta è semplice, in quanto chi è riuscito a domare del tutto il proprio egoismo diviene invincibile e nulla ha più da temere dagli altri, sì che lo scudo -arma squisitamente difensiva- diviene per lui superfluo. Vada pure ad Hagen lo scudo, chi è vulnerabile si difenda, ma chi è divenuto immortale, invincibile, pensi unicamente a combattere offensivamente, impugnando quelle possenti armi di gloria e di luce che ha saputo conquistare.

Così dunque morì Sigfrido e così, di contro, Hagen vinse, spingendo la sua impudenza fino ad appropriarsi di Balmung, la spada dell’Eroe morente.

Era fatale che questo avvenisse, poichè Sigfrido ed Hagen rappresentano due mondi, due modi di essere fra loro incompatibili. Sigfrido è il mondo dell’Alta Cavalleria e, quando muore, è un intero ciclo che si chiude sì che, conseguentemente, la sua spada, cioè il suo potere, passa nelle mani di Hagen, prototipo dei guerrieri degradati -dei Rambo, diremmo noi oggi- dotati certo di coraggio fisico ma, proprio come Hagen, del tutto privi di valori morali e di null’altro avidi che di potere materiale e di oro metallico (Quell’oro del Reno di cui si è già detto e che Sigfrido aveva sempre alteramente disprezzato, mentre Hagen e Gunther, pur di impossessarsene, non avevano esitato un istante a tradire).

Ma non fu certo un buon acquisto per Hagen l’essersi impossessato di Balmung, poichè con questa -come si legge nell’ultima "avventura"- Crimilde "il capo gli mozzò", dopo aver fatto decapitare re Gunther, l’altro assassino del suo sposo.

Ma anche Crimilde non era pura, anch’essa aveva subito il malefico fascino dell’oro del Reno, sì che giustamente trovò crudele morte per un colpo di spada infertole da Ildebrando, il vecchio e saggio maestro d’armi di Teodorico da Verona.

"Qui termina il racconto -recitano gli ultimi versi dell’antica saga- questa fu dei Nibelunghi l’aspra rovina".

Tutti morti, ferocemente uccisi i Nibelunghi, cioè coloro che erano stati schiavi del desiderio di beni materiali e la giustizia -per tutti!- fu sancita dal freddo e lucente acciaio di una spada, poichè da sempre la spada (Ossia l’anima pura del guerriero pronto a dare la vita per i suoi ideali ed i suoi fratelli) è stata l’unico valido antidoto contro le tenebrose forze dell’egoismo, della materia, della viltà e dell’inganno.

 

Giulio Malvani

 

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