riforma o rivoluzione?

Di "rivoluzione italiana" hanno parlato a sproposito negli anni Novanta i peggiori esponenti delle classi dominanti (da Segni a Veltroni a Fini) per nascondere la continuità dei poteri forti e reali dietro la svolta del maggioritario e della Il Repubblica.

Di rivoluzione ha parlato persino l’ultimo Congresso dei Ds per mascherare la svolta liberale e l’inno al mercato.

Molto più pertinentemente di "rivoluzione" possono e debbono parlare le forze antagoniste al sistema, capovolgendo il segno di quelle mistificazioni e restituendo quel termine alla sua verità.

E non deve temersi l’obiezione superficiale e demagogica per cui l’alternativa al capitalismo non è oggi "attuale". Certo: non è attuale se si intende che non è iscritto negli attuali rapporti di forza e nella coscienza di quei soggetti sociali che potrebbero realizzarla. La tradizione riformistica del movimento operaio ed il suo approdo liberale, congiunti con le sconfitte sociali e la sconfitta dei grandi movimenti antisistemici del Novecento hanno determinato infatti un profondo arretramento della coscienza politica anche in Italia.

Ma l’alternativa di Sistema è invece attualissima se la si intende come vera risposta alla crisi capitalistica. E il compito non è quello di limitarsi agli "obiettivi immediatamente realizzabili", ma è quello di partire dagli obiettivi immediati per elevare la forza dei lavoratori che subiscono gli effetti devastanti della globalizzazione, all’altezza delle necessità della rottura anticapitalistica.

Vero è che non esiste una soluzione riformista alla crisi del capitalismo e del riformismo. Non c’è possibilità di un nuovo modello di sviluppo senza sfondare le compatihilità del modo di produzione capitalistico. Non c’è possibilità di una grande riforma redistrihutiva di reddito senza sovvertire i rapporti di produzione e di proprietà capitalistici. Non c’è possibilità di risolvere i problemi dell’ambiente e del territorio senza manomettere la logica del "mercato" e i "sacri" diritti della proprietà privata. Al contrario: tutte le esigenze di fondo dei lavoratori subalterni o formalmente autonomi vittime della globalizzazione, dei giovani, delle grandi masse femminili, dei disoccupati, dei pensionati; tutte le grandi questioni storiche che segnano nel lungo periodo la vita italiana (a partire dalla questione meridionale) pongono la necessità di un’alternativa anticapitalistica quale condizione e cornice della loro soluzione.Senza lavoro nessuna libertà!

Le classi lavoratrici colpite dalla mondializzazione capitalista, nonostante le sconfitte subite e la riarticolazione profonda della loro composizione sociale, restano il punto di riferimento per la costruzione di un fronte antagonista e alternativo. Esse hanno, infatti, l’interesse a contrastare l’attuale disegno della grande borghesia. Sono e restano il soggetto sociale potenzialmente capace del maggior livello di mobilitazione (come rivelò il grande movimento dell’autunno 1994 contro il governo Berlusconi). Ma oggi l’insieme del lavoro dipendente, pubblico e privato, con le molteplici figure del lavoro subordinato solo formalmente autonomo, si configura come realtà eterogenea, spesso frammentata:

- la classe operaia della grande industria:

- la classe operaia della piccola e media industria e nell’artigianato, la cui crescita è il sottoprodotto della nuova divaricazione tra concentrazione finanziaria e decentramento produttivo:

- il lavoro impiegatizio dell’industria:

- il lavoro dipendente nella distribuzione commerciale (sia nella concentrazione dei grandi gruppi sia nelle articolazioni al dettaglio), nei trasporti, nel settore turistico, nel settore pubblicitario, nelle comunicazioni, legato all’espansione del terziario (ivi incluso quel settore sociale che si presenta solo formalmente come lavoro autonomo quali traduttori, ponyexpress, ecc.):

- il lavoro impiegatizio nel settore creditizio e nelle assicurazioni, il cui sviluppo ha accompagnato l’espansione abnorme del capitale finanziario e la sua concentrazione:

- il pubblico impiego nella sua accezione più larga, la cui massificazione sociale di lungo periodo è il frutto della precedente espansione della spesa pubblica. Questo universo sociale, nella sua complessa stratificazione, ha interessi di fondo convergenti, perché maggiormente colpito dalle attuali politiche neoliberiste.

Occorre adoperarsi per la ricomposizione dell’unità del lavoro dipendente o solo formalmente autonomo contro le dinamiche di disgregazione, costruendo la consapevolezza di un suo interesse convergente contro il blocco dominante e per l’alternativa di sistema.

Un secondo elemento del blocco sociale alternativo è dato dalla massa dei disoccupati e dalla crescita del lavoro precario e flessibile. Anche qui siamo in presenza di un fenomeno di nuova qualità e rilevanza: una massa sociale che cresce strutturalmente sia come effetto della stagnazione sia come risultante del decentramento internazionale della produzione che massifica un proletariato supersfruttato nei paesi del cosiddetto Terzo Mondo, mentre moltiplica i disoccupati nelle metropoli.

Disoccupazione di massa e precarizzazione del lavoro si intrecciano - peraltro -profondamente non solo con l’universo giovanile, ma col cuore della questione meridionale. La costruzione del blocco anticapitalistico tra la classe operaia industriale, il resto del lavoro dipendente, i piccoli commercianti e gli artigiani schiacciati dal processo di globalizzazione in atto, i disoccupati e i precari implica la riconquista piena dell’indipendenza anche da parte dei lavoratori della piccola e media impresa: una piccola e media impresa che in forme diverse ha ampiamente partecipato all’accumulazione proprietaria degli anni Ottanta e Novanta nell’ambito della rendita immobiliare e finanziaria, moltiplicando per questa via gli intrecci con la grande borghesia.

Altro è il caso di quegli strati inferiori del ceto medio autonomo (artigiani, piccoli commercianti, ecc.) che non sfruttano il lavoro dipendente e che sono minacciati di proletarizzazione. Questo settore è parte integrante dell’alternativa anticapitalistica e ad esso va garantito il sostegno fiscale agli investimenti produttivi.

Per gentile concessione del quotidiano "Rinascita"

 

 

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