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di Maurizio

 

Viaggio all’inferno

" LA BOMBA "

La rocambolesca avventura di un giovane giornalista fin nel cuore della Palestina, tra inseguimenti di agenti del Mossad e incontri con guerrieri della resistenza (intifada).

Cercavano la bomba. All’aeroporto di Tel-Aviv c’era tutto un operoso lavorio di persone in borghese, militari, agenti in uniforme in un perenne minuzioso controllo. Un silenzioso e quasi invisibile ma metodico sorvegliare, radiografare, registrare, classificare tutte le entrate e le uscite. Ogni impercettibile movimento non era affatto casuale, ogni spostamento era attentamente studiato. Radioline, cellulari e telecamere nascoste aiutavano l’occhio vigile degli uomini a scrutare i piccoli gruppi di turisti in transito. Un uomo solo con uno zaino ed una valigetta nera era un potenziale terrorista da fermare a tutti i costi e soprattutto da non lasciare mai solo. Da quando erano iniziati gli attentati lo Stato israeliano aveva perfezionato un sistema di difesa ai massimi livelli. Ingenti investimenti, serissimi addestramenti, personale specializzato. Venivano formati ogni anno centinaia di professionisti in grado di intervenire nelle peggiori condizioni. In una parola, quello che era stato definito " Il miglior servizio segreto del mondo ". Tutto questo attento operare era finalizzato alla ricerca ed il recupero di bombe. Evitare che malintenzionati potessero salire su un aereo della compagnia di bandiera con addosso qualche chilo di tritolo. Evitare che un aereo esplodesse, uccidendo centinaia di persone. Ma soprattutto, quel che era più importante per questi meticolosi agenti, era impedire che venisse messo in discussione tutto il sistema di difesa, che di nuovo sui giornali di tutto il mondo finisse il solito gruppetto di esaltati dinamitardi, che si tornasse a parlare a livello internazionale di Palestina. Sarebbe stata una beffa insopportabile, dopo tutti quei soldi spesi, dopo tutti quegli anni di preparazione. Sembrava un’impresa impossibile, di fronte a tale imponente organizzazione, far passare anche solo uno spillo senza che nessuno se ne accorgesse. Eppure il colosso israeliano aveva paura. Non voleva mostrarlo, ma era letteralmente terrorizzato dall’idea di essere attaccato lì dove si credeva più forte. E più aveva paura, più intensificava i controlli. Fino a raggiungere livelli incredibili, fino alla psicosi, alla paranoia. Arrivai alle 11 : 00 circa della mattina ed il mio volo era alle tre del pomeriggio. Subito vennero a chiedermi biglietto aereo e passaporto. Poi mi fecero attendere, volevano sapere di più su di me e alla fine mi interrogarono. " Dove vai ? Con chi sei ? Perché sei venuto in Israele ? " Turismo era la risposta poco convincente vista la Kefia (Ata’ in arabo) che portavo al collo.

Non ARRENDERTI

Avevano visto dal mio passaporto che avevo attraversato la striscia di Gaza e che vi ero rimasto per tre lunghi giorni. " Chi hai incontrato ? Ti hanno dato qualcosa che porti con te ? Che cosa hai fatto li ? " Turismo. A questo punto avevano paura di aprire la mia borsa, temevano ci fosse una bomba. Così mi portarono in disparte, in una zona dell’aeroporto dove non c’era nessuno e mi chiesero di dichiarare il contenuto dei miei bagagli, ma non vollero che l’aprissi. Vestiti, macchina fotografica, un quaderno di appunti, qualche giornale. Per tre volte hanno passato il mio zaino sotto la macchina metal-detector, controllandola da ogni angolazione. Mi hanno fatto aprire la borsa che portavo a mano contenente la macchina fotografica, il flash e qualche foglio. Mi hanno chiesto di vedere il mio diario di viaggio. Hanno aperto le scatole dei rullini e la macchina fotografica, hanno controllato tra le batterie del flash. Cosa ero andato a fare a Gaza ? Per gli israeliani i territori palestinesi quasi non esistono e poi perché qualcuno dovrebbe andare in posti così brutti e pericolosi ? Non era affatto normale che un turista si recasse a Gaza. Certamente ero stato in contatto con palestinesi, magari membri della resistenza. Avevano davanti un collaboratore del nemico ? S’interrogavano gli agenti della vigilanza israeliana. Tra loro parlavano in ebraico per non farmi comprendere. Poi, ogni volta mi portavano da ufficiali più alti di grado e ricominciavano con le solite estenuanti domande. Tre ore e mezza di interrogatori e controlli. Tirarono fuori tutti i vestiti dal mio zaino. Cercarono nella bomboletta della schiuma da barba, nel rasoio elettrico, tra le pantofole tradizionali che portavo in regalo a mia madre. Passarono al metal detector le mie scarpe. Mi fecero togliere la giacca per controllare meglio. Mi fecero svuotare le tasche dei pantaloni. Poi mi portarono in un’altra stanza ancora e dietro una tenda un poliziotto mi perquisì a corpo. Cercavano la bomba, dicevano, ma non trovarono niente. Alla fine soddisfatti per il lavoro svolto, dopo aver fatto tutte le verifiche possibili, dopo aver scandagliato i miei bagagli da cima a fondo, mi rilasciarono appena in tempo per prendere il mio volo. Erano contenti : avevano salvato ancora una volta il loro amato Paese dalla minaccia del terrorismo arabo, un’altro aereo poteva sollevarsi tranquillo, una vittoria per la democrazia e la pace in Israele. Cercavano la bomba tra i miei bagagli, ma non sapevano che io ero LA BOMBA ! Questi miei occhi e tutto quello che hanno visto a Gaza e nei territori occupati sono una bomba. La mia macchina fotografica e tutto quello che ha immortalato e’ una bomba. Le foto che riusciranno a far uscire dai campi di rifugiati il drammatico grido di libertà del popolo palestinese sono la bomba. E questa mia penna e’ una bomba. Le mia parole, finché avrò fiato in corpo, sono bombe contro le ingiustizie di Israele.

Maurizio

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