
Ciao George, ne verremo fuori....
Harrison, il Beatle. Un utopista, un ribelle, un anarca. Un uomo che, comunque, ha voluto vivere senza ipocrisie.
La scomparsa di George Harrison non è passata inosservata ed è stata compianta più o meno da tutti.
Soprattutto i cinquantenni, che sulle note dei Beatles costruirono l'immaginario della loro adolescenza e del proprio incontro con il mondo adulto, si sono sentiti in qualche modo coinvolti e toccati.
Sul quotidiano "Rinascita" è stato dedicato a George un pezzo, Yesterday, che lungi dall'essere di pragmatica denotava il sentimento sincero dell'autore.
Eppure, per preconcetto ideologico, il giornalista in questione avrebbe dovuto sentirsi estraneo se non addirittura avverso al chitarrista di Liverpool.
Se ci soffermiamo, infatti, all'aspetto esteriore, e persino alla legge impietosa della logica, dobbiamo convenire che il fenomeno Beatles s'inscrive in una dinamica di accelerazione della dissoluzione sociale e spirituale del mondo borghese d’occidente. La contestazione del quartetto, immediatamente coloratasi di un ribellismo sinistrorso, finì infatti rapidamente con l’imboccare un vero e proprio insieme di cul de sac che lo portò a smarrirsi nel labirinto psichedelico (cui è dedicato l’intero album "Sergent Pepper’s Lonely Heart Club Band" nonché vari pezzi di successo tra il 65 ed il 66 ed il film cartoon "Yellow Submarine" contrassegnato altresì da chiari impulsi involutivi di stampo psicoanalitico).

Lo smarrimento si concretizzò presto nella separazione dei componenti del complesso e quest’ultima sfociò a sua volta nella composizione di inni mondialisti da parte di Paul Mc Cartney e soprattutto di John Lennon e produsse fughe nella New Age e nell’utopia del Partito della Legge Naturale in particolare proprio da George.
Ciò detto si dovrebbe evincere che chi è culturalmente, esistenzialmente e, in subordine, politicamente orientato in modo assai diverso e contrastante dalla parabola "Beatles" e dal fallimento sessantottino non dovrebbe rimpiangere George; o, peggio, che quando lo fa è solo per nostalgia della giovinezza perduta.
Di primo acchito quest’ipotesi non farebbe una piega, ma sarebbe assai arida ed inesatta.
Vi è un altro aspetto dei Beatles e un’altra ottica con la quale è opportuno inquadrare George, non limitandosi al fallimento esistenziale, culturale e religioso in senso lato, che ha travolto i cantori di Liverpool come le egerie dell’occidente svirilizzato.
E’ un qualcosa che si evince immediatamente nella poetica, nella musica e nella poesia dei quattro. Essi sono l’emblema vivo e reale (ovvero non inventato artificialmente come si è in seguito appreso a fare per mancanza di originali) di un ribellismo generazionale che si erge contro il conformismo e l’ipocrisia e tenta così la sua impossibile scalata al cielo.
Lo fa, ovviamente, per via di un titanismo non virile, in nome di una utopica lunarità demetrica, ma lo fa seriamente, incondizionatamente, incessantemente e senza compromessi, al punto che, immancabilmente, i Beatles dopo essersi fatti defraudare dal manager finirono in bancarotta dilapidando tutto il patrimonio, esattamente come avrebbero fatto poi di gran parte della loro vita.
I Beatles hanno questo che li contraddistingue dai loro presunti epigoni, dagli Henry-Lévi e dai Negri, dai Pannella e dalle Hilary Clinton: sono autentici.

La loro ribellione riempie cuori, arterie e polmoni per affiorare, spesso dolcemente, alle labbra, essi sono i "poeti maledetti" del XX secolo, i Rimbaud ed i Verlaine ai quali non si chiede di essere guide etiche o politiche ma ai quali si rende grazie per essere i testimoni sacrificali del disastro della loro società. La cattiva coscienza di un misero mondo borghese che li declama nei salotti o li canticchia mentre si arricchisce smerciando emigrati ed eroina.
George aveva un’utopia, per definizione irrealizzabile; ed un’utopia che per giunta non ci piace e che va sicuramente in direzione ben diversa dal nostro sogno, ma quest’utopia era la sua ricchezza. Ed il suo sguardo comunque sereno, profondo e denso di sentimento contrasta in modo impressionante con l’opacità metallica che ci circonda e che troneggia nei volti di tutti i protagonisti, degli uomini politici, degli artisti, dei conduttori televisivi e persino dei sacerdoti e dei benefattori di professione, individui routinari e senz’anima, che pullulano in questo scorcio di secolo.
George, come Rimbaud, è quello che coloro che vi si ispirano vorrebbero essere ma non vi riescono perché restano prigionieri delle viscere, delle convenienze spicciole, delle ipocrisie e delle convenzioni.
E questa vocazione universale si trasforma cosi in solitudine, ma in una solitudine sublimata che spicca il volo sulle teste di quelli che non si innalzano perché temono tutte le leggi di gravità.
E’ insomma l’eterno conflitto in atto tra le anime libere, ribelli, generose e la lascivia massificante del grande intestino collettivo che tutto trita, rimastica e riduce ad una massa informe.
E’ in ultima analisi quell’anelito sacrificale che ha mosso Socrate Nietzsche e Siddharta e che rappresenta in qualche maniera anche la storia umana del Cristo.
Ricordare George con trasporto significa perciò innanzitutto rendere onore ad un anima non meschina che ha nobilitato, suo malgrado, una generazione di bruchi che non si sono fatte farfalle. Ma vuole anche dire tornare con la mente e con le membra alle sorgenti spontanee e vigorose di una ribellione giovanile contro il conformismo piatto e senza valori impostoci dalla Società del Supermercato.
Visto cosi possiamo allora sostenere che la scomparsa di George ci riempie di nostalgia ma ci dà anche la voglia di fargli e soprattutto di farci una promessa utilizzando parole che egli ed i suoi compagni hanno cantato più volte: We can work it out, ne verremo fuori.
Gabriele Adinolfi
Per gentile concessione del quotidiano "Rinascita".
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