Gli emigrati, les émigrés, furono nel 1792 quei nobili francesi che fuggirono in Inghilterra o in Germania per scansare la ghigliottina; e lì, generalmente, passavano il tempo a litigare fra loro su chi poteva vantare più illustri antenati; chi aveva diritto alla carica di siniscalco o di ciambellano di corte; chi era più parente e più amico del re; e quando il re finì anche lui decapitato, sopra le complicate questioni delleredità del trono. Il quale trono e la quale corte non esistevano più, e se ventanni dopo tornarono alla luce, non fu certo per le aristocratiche chiacchiere degli emigrati. Lo stesso per quella categoria ancor più patetica che furono gli emigrati russi verso il 1930, i quali facevano i camerieri e tassisti a Parigi e a Roma, però continuavano a chiamarsi granduca o conte, e cercavano fanciulle mezze matte con la faccia di Anastasia. Ecco, un poco o tanto siamo emigrati in patria, noi postfascisti postmissini. Prima del 1994 avevamo un nostro regno (magari non un granché, ma cera, con precisi confini, con una sua dignità), poi gli eventi lo hanno distrutto, ed ora cè chi si è arrangiato con il nemico, chi spera di rifare il reame, chi si proclama legittimo unico erede e chi oppone unaltra legittimità, e chi vaga, sconcertato, da solo.
Fuor di metafora: nellambiente che per intenderci chiamiamo fascista (ma temo che anche questo sia ormai messo in discussione) vivono o vivacchiano le seguenti realtà, o, spesso, solamente sigle:
È ovvio che tutte queste sigle, e le loro slegate attività, e i loro sporadici successi e brevi momenti di gloria seguiti da lunghi letarghi, intanto impediscono qualsiasi coordinamento per finalità pratiche; e, quel che è più grave, favoriscono la confusione ideale ed ideologica, anzi lassenza sempre più marcata di una ideologia globale. Sicché manca a "destra" lequivalente di Rifondazione: un partito francamente fascista che propugni nei modi opportuni analisi e soluzioni di cui (è bene ricordarlo, ogni tanto) sono incapaci e il morto mondo marxista e il crisaiolo capitalismo. Ma non cè, nessuno lo dice. Così, per far solo un esempio, scoppia una guerra a due passi da noi, e cosa succede? A parte AN che fa sempre e solo lamerikana e il 99% dei cui iscritti e dirigenti non sanno manco dovè Belgrado; accade che Qualcuno si preoccupa di aprire federazioni (in Calabria ce ne sono otto!), ovviamente delle due obbedienze invece che della guerra; e Qualcun altro si strappa le vesti al pensiero che un poveraccio di kossovaro venga a turbare con i suoi slavoturchi cromosomi la così evidente purezza razziale del popolo italiano; e i borbonici dissertano pacatamente sulle Ferriere di Mongiana e gli evoliani fanno affidamento sugli dei eccetera. Intanto gli altri fanno e finiscono la guerra e loro piacimento, e di cosa ne pensiamo "noi" non viene informato nessuno, nemmeno i "nostri"; e i berlusconiani si scoprono filocapitalistici, anzi, attraverso un passaggio di cui dovrebbe interessarsi Freud, capitalisti. Idem per i referendum, le pensioni, la scuola, la crisi di governo
Insomma, non contiamo niente, e il mondo si fa un compiaciuto dovere di non nominarci nemmeno. E invece, messi assieme e compresi i solitari e gli sprovveduti che votano ancora AN, saremmo alcuni milioni; e di questi, una percentuale altissima di potenziali attivisti, sia pure ciascuno per la sua parte e per quello che può; e con una sorprendente presenza negli ambienti giovanili che i partiti ufficiali non si sognano nemmeno. Sta a vedersi se vogliamo lasciare che questa potenzialità si estingua per vecchiaia, o si può fare qualcosa. Io suppongo, o almeno spero di sì, e su due piani: quello della battaglia culturale, e quello dellattuazione elettorale.
Il vuoto culturale dellOccidente è torricelliano. Per mezzo secolo la sua fede ufficiosa è stata di sinistra, in versione marxiana o socialdemocratica, mentre il capitalismo si preoccupava sì di far soldi e potere, ma non di giustificarli con unidea. Quando ne è stato costretto, ha riesumato in fretta e furia il liberismo del XVIII secolo, per altro in una veste rozza e superficiale. Quel poco che rimane di sinistra si va inventando terze vie che sono la supina accettazione del liberismo corretta con un tantino di assistenzialismo pietistico. Entrambe le analisi sono carenti e vecchie, mentre manca ogni progetto globale di interpretazione e governo della postmodernità e del postindustriale. Ma cè una sola idea capace di gestire la modernità, ed è quella fascista nazionalpopolare; quello che manca è lo strumento politico per affermarla. In concreto, è urgente recuperare tutti les émigrés di tutti i gruppi e gruppetti e quelli senza gruppi, e tentare di unificarli. Unimpresa da niente, vero?
Come? Eh, no, certamente non "dal basso" e tentando di convincere quei milioni uno per uno, ma esattamente il contrario. Dal basso, è impossibile, perché nel nostri ambienti non cè il "basso", sono tutti eroi, tutti filosofi, tutti federali di qualcosa, tutti hanno combattuto in Etiopia e in RSI e nel 68 e nel 72, sono tutti amici intimissimi di grandi capi, sanno tutti tutto e perciò non possono essere persuasi a qualsiasi nuova idea e nozione. Come gli emigrati del 1792, che erano come minimo baroni, e perciò volevano un altissimo grado nellesercito regio che non cera.
Macché, dalle nostre parti lunico metodo utile e possibile è una veloce e severa ricostituzione della gerarchia dei valori e delle menti. Il progetto va elaborato e calato dallalto sopra un basso che prima di ogni altro atto bisogna informarlo a chiare note che è "basso": nobilissimo, rispettabilissimo, indispensabile (Napoleone disse che la forza di un esercito sono i suoi sottufficiali), ma basso e che non deve pretendere di decidere la politica mondiale, credersi importantissimo e di conseguenza voler prendere la parola nei convegni, afferrare il microfono e difenderlo per ore manco fosse la ridotta di Giarabub, e sproloquiare circa gloriose imprese generalmente mai compiute o quanto meno da cui estrarre la radice quadrata e cubica; bravi camerati che si renderebbero molto più utili affiggendo ogni settimana un manifesto in bacheca, che brigando per farsi nominare segretario di una improbabile sezione.
Cominciamo dunque con lindire una riunione, ma con le seguenti regole: località segreta; numero ristrettissimo di partecipanti, e accreditati e divieto assoluto di portarsi dietro uno o più amici; ordine del giorno categorico ed obbligo di restarci; rigorosa puntualità e rispetto dei tempi; digiuno durante i lavori. Non sto scherzando, e lo sapete benissimo tutti che i nostri convegni sono sì di altissimo livello culturale (beh, spesso), ma anche un caos e si chiudono quasi tutti con un rinvio al prossimo. E ci lasciano lamara impressione che la nostra vita sia esaltante sì, però frammentaria.
Insomma, una vera riunione, non la solita simpatica serata fra camerati con canti in romeno, tedesco, spagnolo e magari italiano. Quindi, elaborazione di un documento che impegni sul serio i firmatari e i gruppi rappresentati, e che preveda tappe e scadenze concrete.
Da questo incontro deve nascere un altro partito? Certo che no, perché lItalia di tutto può avvertire il bisogno, tranne che del sessantesimo partito "nuovo". Ma ci sono modi e modi di affrontare prove elettorali, in questa selva oscura di leggi, leggine, mattarelli e tatarelli vari, e oggi una desistenza è come la croce di cavaliere: non si nega a nessuno.
Perché preoccuparsi di questioni elettorali? Non certo per i comodi di qualcuno; e tanto meno per lillusione che uno o cento parlamentari servano a cambiare le cose; e se cè chi si illude, si ricordi di AN, che ha 110 deputati, ma non è servita a cambiare un bel nulla, nemmeno se stessa. No, i voti servono solo a misurare la forza di un movimento, e perciò a mettere in difficoltà il sistema nemico attraverso i suoi stessi strumenti.
Dove può essere trovato il consenso? In AN, intanto, da dove non cè giorno che non fuggano i camerati ingannati e delusi, e tanto più dopo le ultime dichiarazioni di sfrenato liberismo pannelliano. E nelle torme di disoccupati, tra i giovani laureati senza speranza e tra i loro genitori che si sono affamati per laurearli, tra i disgustati dei saltafossi e voltagabbana, tra gli Italiani onesti, che si spera non si siano ancora del tutto estinti.
È una proposta che forse merita una replica; e chi ne ha di migliori, le affacci. Purché non siano di continuare a perdere tempo in piccole inutili liti e far la fine degli emigranti: i quali videro sì tornare sul trono il re, ma era un altro e poteva fare a meno di loro.
Ulderico Nisticò
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