La crisi della
“destra radicale”:
tra estremismo pre-politico, trasformismo neo-conservatore
e derive nazional-populiste
Premessa
Per mesi sui forum, ed in attesa che passasse la febbre gialla da delirio elettorale, ci siamo confrontati sui temi che risultano essere essenziali alla comprensione della crisi tutta interna alla cosiddetta “area” della destra radicale: il problema della rifondazione di un nuovo linguaggio condiviso, il problema della scelta di nuovi immaginari di riferimento, il problema di un nuovo posizionamento politico oltre la destra e la sinistra.
L’intersezione di queste tre linee di analisi dovrebbero perlomeno chiarire, se non sciogliere, numerosi nodi sull’attuale stagnazione e riavviare quel salutare processo di crescita verso una cultura organica non-conforme, verso forme di pensiero non-omologate e non-allineate alle tendenze del pensiero unico totalizzante; l’obiettivo dovrebbe essere quello di recuperare un ruolo ed un metodo di avanguardia, un laboratorio emergente che perlomeno sappia anticipare e non subisca gli eventi eterodiretti da terzi.
Il focus di questa analisi è posizionato sui tre macrofenomeni (l’estremismo pre-politico, il trasformismo neo-conservatore e post-ideologico, le derive nazional-populiste) che hanno interagito (dai primi anni Novanta in poi) ed interagiscono tuttora con il perimetro della destra radicale, snaturandola dal suo ruolo guida; la crisi di quest’ultima è direttamente interconnessa al dilatarsi dei tre fenomeni citati.
L’ultimo assalto non-conforme della “destra radicale”
Tra il 1989 (caduta del muro di Berlino) ed il 1992 (“Mani pulite” e fine della Prima repubblica) una serie di eventi vengono ad accelerare da un verso, e scardinare dall’altro, quella salutare aria di rinnovamento movimentistica-culturale che aveva visto la cosiddetta “destra radicale” all’avanguardia rispetto a tutto e tutti dalla seconda metà degli anni Settanta in poi.
È indubbio che se noi analizziamo attentamente la pubblicistica, le iniziative, il linguaggio, le riviste, i look, gli eventi, le esperienze militanti, la costruzione di strutture (librerie-circoli), le case editrici, l’attenzione ossessiva degli avversari, ci rendiamo perfettamente conto della potenzialità incredibilmente espressa dal mondo giovanile destro-radicale in salutare fibrillazione dal 1976 circa, nonostante lo scontro sul campo con le formazioni dell’antifascismo militante; dopo 40 anni, infatti, si era intercettata la giusta chiave di emancipazione dal neo-fascismo, ovvero da quel fenomeno carsico che dal 1946 (fondazione dell’Msi) era stato volontariamente preso in ostaggio “a destra” per volontà di De Gasperi e Togliatti e sotto la supervisione ed il controllo incrociato dell’alleato atlantico.
La rottura antropologica inequivocabile espressa dalla metà degli anni Settanta, risulta chiara non solo rispetto alle originali espressioni culturali emergenti (tra cui il fenomeno iniziale della Nuova Destra, i Campi Hobbit, la pubblicistica delle nascenti case editrici, la musica, le radio, i fumetti), ma anche dai modelli di organizzazione del movimentismo militante politico, decisamente all’avanguardia nel linguaggio, nella comunicazione e nel posizionamento (oltre e contro la destra e la sinistra). Esiste in effetti una dimensione univoca, una sensibilità comune tra esperienze completamente diverse quali Terza Posizione, Costruiamo l’Azione, Ideogramma, ma anche grosso modo con l’esperienza del Fronte della Gioventù anni Ottanta che ne recupera gran parte delle parole d’ordine; tale sensibilità ed univocità si percepisce peraltro anche all’interno dell’immaginario di riferimento della tragica esperienza legata alla lotta armata, a cavallo tra esistenzialismo ed insurrezione armata, esperienza che nella sua fase iniziale aveva, come tutti sappiamo, solo una finalità di difesa della comunità militante [1].
Per tutti gli anni Ottanta in poi, e nonostante le campagne repressive di Stato, riviste e laboratori come “Orion”, “Diorama”, “l’Uomo Libero”, “Elementi” avevano rinvigorito, pur nella loro diversità, le parole d’ordine essenziali, individuando i nuovi scenari di scontro che indicavano decisamente nell’Occidente e nelle sue variabili (militari, economiche, politiche e culturali) il nemico principale da combattere. La caduta del muro di Berlino del 1989, la fine delle realtà comuniste dell’Est, l’azzeramento delle classi dirigenti della Prima repubblica, potevano essere l’occasione determinante per una capitalizzazione di queste espressioni antagoniste; congiuntura straordinaria, in cui addirittura sembrava che perfino una certa “destra”, istituzionale e minimalista, vissuta sempre a ridosso del ghetto parlamentare, potesse cavalcare verso il superamento ideologico dell’ambiguo termine di “destra” e puntare decisamente allo sfondamento a sinistra (tutti si ricordano l’illusione della segreteria Rauti nel 1990-1991).
L’avvento dell’estremismo pre-politico: la moda naziskin
La realtà invece stava per presentare il salato conto, con un paradosso che la dice molto lunga su quello che significa “processo di inversione” nelle categorie del linguaggio dell’immaginario e nel posizionamento politico.
Arrivate con puntualità inverosimile sul primo binario, alcune espressioni/mode pre-politiche nate dai sobborghi inglesi, impregnate e condizionate dalle contraddizioni sociali, hanno azzerato e annacquato le tendenze evolute destro-radicali anni 70/80 in Italia (ed in Europa) ed hanno involuto tutto l’ambiente di riferimento. Hanno altresì schiacciato la radicalità feconda emergente verso “un estremismo castrante”, che nell’immaginario collettivo, ha ricollocato pesantemente “a destra“ tutto il tessuto politico umano e culturale; se la battaglia della destra radicale era stata improntata sul superamento delle categorie tradizionali, il fenomeno “neo-nazi” ha completamento azzerato tale risultato. Stiamo parlando di mode, di trend, non ordini politici o culturali, né laboratori partoriti da esoteriche intuizioni, né tanto meno da esperienze politiche di massa, bensì semplici mode minoritarie: generate dal minimalismo della working class metropolitana inglese, stretta tra la fine delle garanzie del welfare socialdemocratico e la proliferazione disordinata delle ondate migratorie.
Tale fenomeno in realtà, già in atto dai primi anni Ottanta in Inghilterra, è esploso in forma pre-politica ed estremista in tutto il resto d’Europa anche grazie alle forme della comunicazione non mediata (soprattutto la musica giovanile Oi, lo Ska, l’Underground ed Internet); con l’effetto di una droga liberatoria tale fenomeno ha spopolato tra le giovani generazioni, imponendosi con un look fortemente negativo e militarizzato, un costume impoverito di analisi e contenuti, uno stile intessuto di degradazione reazionaria agiografica, ambiguità nostalgica, un fenomeno sostanzialmente “incapacitante”.
Questo magma malato, etero-diretto come al solito dalle centrali della comunicazione, è stato da subito opportunamente ingabbiato nello schema degli immaginari preferiti del sistema, e quindi un nano skinhead, messo sotto una lente di ingrandimento, è diventato per incanto un titano, un gigante; così si è potuto far credere al mondo (e si continua a far credere ancora oggi ad ogni occasione) come rinasce dalle ceneri della storia e dalle contraddizioni sociali il pericolo nazista, razzista, la xenofobia stragista, e come la caccia all’immigrato prelude alla prossima riapertura dei campi di concentramento, che potrebbero trasformarsi nel nuovo olocausto da sempre annunciato [2].
Ora se per tutti gli anni 70-80 la destra radicale era riuscita perfino nell’intento di superare la sinistra “a sinistra”, ed aveva anticipato lucidamente le tematiche sulla crisi epocale del “pensiero unico”, ad analizzare compiutamente la globalizzazione dell’economia, a denunciare il mondialismo neoliberista ed i suoi organismi direttivi, ad accreditarsi come anticipatore dei temi della post-modernità emergente, a considerare l’ecologia come ricerca di una diversa qualità della vita, ad appoggiare l’autodeterminazione dei popoli come scelta di radicamento, ad esaltare la rinascenza neo-pagana come affermazione della cultura identitaria , ebbene tutto questo, con l’avvento della teatrino naziskin viene seppellito definitivamente e si ritorna ad un vecchio schema tanto caro al neo-fascismo classico di individuare nell’altro “lontano da sé” il nemico principale, mentre nella realtà il nemico principale è sempre per cominciare in “noi stessi” ( alla faccia quindi di una della più importanti lezioni evoliane!!). La forma mentis meta-politica della destra radicale è rimasta schiacciata dall’irruzione di questa forza elementare con addentellati pre-politici (lo stadio, la musica, la strada) rimanendone fagocitata; e soprattutto la destra radicale è rimasta nell’impossibilità oggettiva di gestire sul piano della comunicazione e del linguaggio gli opportuni distinguo.
Note
[1] Di
particolare interesse su questo tema della “sensibilità e
dell’immaginario di riferimento”, l’intervento rilasciato da Lele
Macchi al margine del libro di Ugo Tassinari Naufraghi (ed.
Immaginapoli, Pozzuoli, luglio 2007), che nella sua forma diretta e
non mediata dice tutto quello che sostanzialmente c’è da dire sul
tema dell’attuale inversione contro-rivoluzionaria.
[2] Va in questa direzione l’ultimo documento dvd+libro di Claudio Lazzari Nazirock: il contagio fascista tra i giovani italiani (Ed. Feltrinelli, marzo 2008), che non analizza la complessità del fenomeno, ma punta ad una vergognosa semplificazione, e ad allarmare la società civile sulla recrudescenza neo-nazista.
L’entrismo, il trasformismo, il riformismo neo-conservatore e post-ideologico
Il nuovo
scenario istituzionale di destra è stato fortemente
indirizzato a convertire verso la liquefazione
post-ideologica tutte le istanze emergenti, liquefazione che
a sua volta non solo non riconosce più “il nemico
principale” ( tanto meno come nemico principale l’Occidente,
che viene difeso ormai a spada tratta come il migliore dei
mondi possibili — alla faccia anche dell’analisi
ultradecennale di A. de Benoist); ma tale liquefazione
post-ideologica semplicemente afferma che non c’è più nessun
nemico; al limite esiste l’avversario (tranne ovviamente
l’eternità indiscussa dell’atavico nemico comunista, anche
se un oggettivo pericolo non esiste in Italia ormai dal
lontano 1960!); tale deviazione propende ormai verso una
“via conservatrice/riformista alla globalizzazione” (la
chiamano “sfida alla globalizzazione”), e si alimenta alla
sua destra delle paure xenofobe dei bacini di utenza
elettorale nazional-populisti utilizzati però solo come
contenitore per il semplice recupero di voti e di consenso
elettorale.
Difendere sempre l’economia di mercato del lavoro
sottopagato, ma salvaguardarci dai rumeni e dall’islam
terrorista della manodopera importata sottocosto, dalle
mignotte negre e dai trans con le quali magari si flirta il
sabato sera per noia; bloccare comunque l’inflazione et
voilà, il migliore dei mondi possibili è ancora a portata di
mano. Inversione di prospettiva a 180° gradi sui temi di
politica internazionale, sulla questione medio-orientale
(che non è più essenziale), azzeramento di interesse sui
temi chiave quali la sovranità nazionale, militare,
monetaria.
Attenzione perché in questa entropia appena disegnata,
galleggiano personaggi del calibro di Malgieri, Veneziani,
Campi (in ambito meta-politico neo-destro), nonché interi
pezzi (… da 90) delle ex-classi dirigenti di Terza
Posizione, dell’ex-Fronte della Gioventù e del tardo
movimentismo destro-radicale degli anni Ottanta, tutti
sapientemente riconvertiti ed allineati al cosiddetto
riformismo neo-conservatore.
Deputati
e deputatesse, senatori e senatrici, consiglieri regionali,
provinciali, comunali, portaborse eccellenti, giornalisti di
grido, neo-imprenditori finanziati, membri di istituti di
formazione e fondazioni miliardarie (come ad es. la
fondazione Fare Futuro).
Il punto
centrale della svolta avviene ovviamente dal ’94 in poi con
l’aborto di Fiuggi ma si accresce via via grazie al
messianismo mediatico berlusconiano (… la parolina magica
della Casa delle libertà oggi riadattata a “Popolo delle
Libertà”); la svolta antropologica la si evince soprattutto
dall’imbarazzo di molti ex-camerati ad esprimere la pur
minima critica sui temi sociali e politici avanzati (il
precariato, le private equity ed i fondi di investimento che
azzerano le economie nazionali, la privatizzazione dei
settori strategici, lo smantellamento dello stato sociale,
l’azzeramento progressivo di interesse sulle tematiche di
chiave della politica internazionale, l’appoggio indiscusso
ed acritico a tutte le guerre americane in difesa della
occidentale democratica supremazia).
Questo
blocco “conformista e trasformista” si è quindi saldato
perfettamente con il becero-estremismo pre-politico di
strada sui temi quali la perennità e la santità del verbo
anticomunista ed il pericolo dell’ immigrazione (non come
effetto, ma come causa scatenante delle crisi dell’occidente
— povero Spengler!!); questa mutazione antropologica vive e
si alimenta grazie alle fortune televisive della sub-cultura
Mediaset, grazie al palcoscenico della tv spazzatura, ed
infine grazie soprattutto agli stipendi di interi apparati
di partito che ormai vivono agiatamente di politica, e che
grazie alla politica “strapagata come lavoro produttivo”
fanno invidia perfino alla vecchia nomenclatura dc ed al
vecchio partito socialista.
Non
solo.
Il
miraggio dell’eldorado della politica “liquida” e
post-ideologica (il solido ideologico che entra nel liquido
post-ideologico) invoglia sempre di più nella corsa all’oro
anche coloro che pur mantenendo posizioni quantomeno
“radicali” e/o critiche cercano improbabili soluzioni “a
breve termine” per la propria logica sopravvivenza
comunitaria. In realtà non si è capito che tale liquido
post-ideologico è un acido corrosivo che cancella qualsiasi
organismo solido-ideologico vi si accosti, e lo dissolve
dentro i contenitori post-ideologici “prima che arrivi a
dama …”. L’acido post-ideologico finisce per liquefare e
corrodere coloro che vogliono dominare lo strumento
post-ideologico.
In fin
dei conti, questo scenario esce riaffermato anche
dall’ultima tornata elettorale (lo si è percepito anche dal
livello di follia e di delirio intercettato sui forum per
mesi), da dove si evince che tutte “le destre” (più o meno
istituzionali, trasformiste, anticomuniste,
tardo-neo-fasciste) hanno vinto la loro battaglia, con la
magica impresa di cancellare le sinistre radicali dal
parlamento nazionale (la classica vittoria di Pirro);
peccato che in questo scontro incauto con la sinistra siano
rimaste inibite e frustrate anche le poche spontanee
espressioni su cui la destra radicale puntava per la propria
sopravvivenza e rappresentanza politica.
In
realtà chi ha sfondato è proprio il post-ideologismo ed il
pragmatismo neo-calvinista del nord, una delle tante
“destre” che coniuga le sacrosante rivendicazioni
post-moderne del federalismo fiscale e del recupero del
territorio con le problematiche legate alla sicurezza, e
anela nel suo incedere verso Roma per la fine della politica
politicante, la fine dello stipendio garantito per tutto e
tutti ed assistito dalle economie produttive del Nord (in
perfetta contraddizione quindi con lo scenario che ben
conosciamo a Roma).
Comunque, se questo risultato era il destino glorioso della influenza meta-politica “destro-radicale” (qualcuno già ne sta esaltando incautamente i ludi di vittoria) stiamo alla frutta; in realtà è proprio la “destra radicale”, dopo l’ultima tornata elettorale, ad essere la vera orfana di questo tempo, priva di spazi alternativi, assente dalla sfida post-moderna in atto (salvo alcune formazioni minoritarie); è proprio la destra radicale che, nelle sue mille variabili indefinite, è ancora alla ricerca di un proprio sbocco autentico ed originale, di un proprio ruolo non appiattito sui due blocchi (quello estremista pre-politico e quello trasformista neo-conservatore).
La terza sponda della crisi: la deriva nazional-populista e l’abiura della metapolitica
L’ultima sponda che
ha devastato la destra radicale è quella
nazional-populista; perfettamente in linea con lo
scenario di crisi appena prospettato dalle altre due
tendenze: pre-politica ed estremistica la
prima; di entrismo e trasformismo-post-ideologico la
seconda.
Il Nazional-Populismo
è figlio di un termine ambiguo partorito dalla
leadership rautiana negli anni Ottanta (il
termine “nazional-popolare”), che
nell’intento originario doveva essere concepito come
la totale e naturale influenza della destra radicale
e del suo impianto metapolitico nella crescita e
nella “rigenerazione” di classi dirigenti che
avessero la predisposizione e la tentazione ad
essere vere avanguardie rivoluzionarie di popolo.
Questo termine viene poi successivamente confuso per
anni con gli scenari francesi del Fronte Nazionale
di Le Pen, con Haider in Austria o col BNP Inglese,
ed ha finito per generare in Italia una miriade di
micro-formazioni alla ricerca di una collocazione
elettorale distinta ed alternativa alle destre
ufficiali (An – Fi – Lega). Dal
Purtroppo la
“mal-destra” concorrenza dei leader politici di
riferimento, che hanno vissuto e vivono tutt’oggi di
rimessa “sugli avanzi del pranzo e della cena”
lasciati dal duce Berlusconi, non ha permesso la
crescita di uno spazio concretamente autonomo,
identificato, radicato, alternativo. Esiste il
paradosso che vede sempre la stessa scena: tutti i
gruppi più o meno minoritari nazional-populisti, pur
utilizzando il medesimo linguaggio minimalista, pur
utilizzando gli stessi immaginari, ed avendo
pressoché simile il posizionamento politico, invece
di creare un unico cartello strategico, entrano in
pesante conflitto pre-elettorale per le briciole
(conflitto sapientemente etero-diretto dall’ unico
grande regista duce-Berlusconi), ed avendo in sé
tutti indistintamente il gene regressivo della
“vetero-missinità” ducista rinunciano ad una
costruzione unitaria condivisa, ad un lavoro per
staff, quindi orizzontale, ed alla logica crescita
di classi dirigenti sui cosiddetti tempi lunghi.
Tutti questi soggetti puntano per definizione
all’uovo oggi anziché alla gallina domani. Anche
questa terza sponda che interagisce pesantemente con
il perimetro meta-politico della destra radicale
risulta fortemente “guastata” nel linguaggio ed
inadeguata negli immaginari proposti, i quali da un
lato non risultano abbastanza forti per arginare le
spinte estremistiche pre-politiche sulle quali
dovrebbero dominare incontrastati (lo stadio, la
musica, la strada) e dall’altro sono percepite
invece con tinte troppo fosche ed indesiderate per
la società civile da conquistare.
Anche il
“nazional-populismo” è supinamente appiattito sulla
brutta copia della destra anti-comunista
istituzionale, anche il nazional-populismo è
seriamente limitato nelle tematiche di difesa ad
oltranza del cittadino dall’immigrato invasore
islamico e dallo stupratore rumeno, anche il
nazional-populismo è tornato ad essere a seconda
della prevalenza e del periodo (soprattutto negli
immaginari endogeni) neo-fascista, anti-comunista,
interventista, squadrista, dannunziano ecc.ecc.ecc.
senza tuttavia esserlo nelle scelte finali di natura
culturale e politica (anche perché fascisti,
interventisti, squadristi e dannunziani, votati
tutti al concetto della mobilitazione totale, erano,
antropologicamente parlando, tutto tranne che “di
destra”).
In realtà non ci si
pone la domanda di come venga percepito esternamente
tale immaginario e/o se perlomeno risulta essere
“differenziato” rispetto all’estremismo pre-politico
e/o al neo-conservatorismo post-ideologico.
È soprattutto nella
fascia giovanile nazional-populista che “la
contro-rivoluzione” sul linguaggio, gli immaginari
ed il collocamento politico ha colpito più
duramente, e che la destra radicale sta perdendo la
sua battaglia di influenza culturale, a tal punto
che c’è una sottile polemica strisciante, una sorta
di disconoscimento verso tutte le pregresse
esperienze, verso tutti i fratelli maggiori
destro-radicali, verso tutte le espressioni
precedenti e/o collaterali, in nome di un nuovo
purismo assoluto, intransigente, pragmatico.
La parola d’ordine è:
lasciateci lavorare in pace dove voi avete fallito.
In questa fascia
hanno preso piede tutti una serie di “integralismi”
possibili ed immaginabili (da quello cattolico a
quello neo-squadrista, a quello neo-futurista, ha
ripreso spazio un anti-comunismo militante spicciolo
di strada, la visione dell’occidente come ultimo
“baluardo di purezza razziale assoluta” (ah ah
ah!!!), ed il linguaggio si è pesantemente involuto,
contratto; le parole d’ordine si sono ridotte a
slogan di “micheliniana” memoria che erano già fuori
moda nel 1968, e tutti sognano il protagonismo
rinnovatore della grande destra anti-comunista ed
anti-immigrazione che ci liberi dal peccato
originale (amen).
Così mentre
“l’occidente tramonta seriamente” ogni giorno di
più, sulle perfette intuizioni spengleriane dei
primi del ’900 (accettata addirittura ormai da
sinistra), i naturali interpreti del pensiero della
crisi (la destra radicale) sono alla continua
ricerca di improbabili ed impossibili soluzioni di
ritorni all’età dell’oro, magari con l’illusione che
la perfetta alchimia tra l’estremismo
pre-politico, il trasformismo post-ideologico e le
derive nazional-populiste generino l’avvento di una
nuova meravigliosa “ Thule Iperborea”.
In pochi si rendono
invece conto di “ … come sia difficile
trovare l’alba dentro l’imbrunire”.
Anche perché se non si accetta seriamente il tema della sfida post-moderna in tutta la sua complessità e con tutte le sue conseguenze, significa aver definitivamente perso non una battaglia ma l’intera guerra.


