Fino a ieri sembrava irrefrenabile questa moda del mercato globale nel segno del liberismo trionfante, con il suo corollario delle privatizzazioni.
Una sorta di mitomania, di dogma inconfutabile, a dubitar del quale si rischiava di esserc bollati come ignoranti, sciocchi e retrivi, o - ad esser buoni - come patetici don Chisciotte che scambiano per draghi utilissimi mulini a vento.
Criticare il mercato globale, ed ancor più la politica delle privatizzazioni, era "politically uncorrect" , secondo il dominante metro anglosassone. Cioè disdicevole e sconveniente.
E così in tutto il mondo era quasi impossibile trovare qualcuno che dall'"establishment" politico, economico o accademico prendesse le distante dal mondialismo e dalla finanza globale, o apertamente combattesse questa sorta di "teologia della privatizzazione".
Difficile trovarne anche tra chi sino a ieri aveva predicato il comunismo, o non aveva rinunciato ad indicare la possibilità di una "terza via" tra statalismo collettivista e capitalismo liberista.
Fine della storia" dunque, come aveva annunciato Fukuyama?
E invece no. Qualcuno - proprio tra gli economisti - ha cominciato a parlar chiaro.
Ed il re all'improvviso, è apparso nudo.
I distinguo, le riserve, le contestazioni crescono di giorno in giorno.
E non è azzardato pensare che ormai è una moda che tramonta, è tutta una scuola culturale che comincia a franare sotto il peso dei suoi fallimenti, delle tragedie nazionali che ha causato (in Est Europa, in Sud America, nel Terzo Mondo), dei guasti che ha procurato alleconomia dei Paesi avanzati, e di quelli ancor più gravi che rischia di procurare.
Ma a gridare che il re era nudo fino a ieri eravamo davvero in pochi. A metà del 93 "Finanza Italiana" pubblicò due fondi, quasi un breve "saggio-pamphlet" che suscitarono alcuni consensi e alquanto sconcerto. Il titolo del primo era: "Un modello di sviluppo crea disoccupazione".
Il secondo, che lo completava, aveva per titolo: "Quel grande imbroglio del mercato globale".
Sostenevamo, in breve, che è proprio il modello economico ultraliberista adottato dai paesi sviluppati che presuppone e crea una massa crescente di senza lavoro, e che il detto "mercato globale" di globale ha solo la mistificazione, perchè in realtà più che mercato è una bisca planetaria dal punto di vista finanziario, mentre nelleconomia reale mette in concorrenza impossibile il lavoro semischiavistico del Terzo Mondo con quello dci Paesi sviluppati, scardinandone leconomia e lequilibrio sociale.
"Non ho mai letto niente di simile. Perchè nessun altro dice queste cose?, telefonò perplcsso un lettore dallUfficio Studi di una grande impresa torinese (che ovviamente non è la Fiat ......)"
In realtà non era così. A chi si ostina a pensare fuori dal coro, capita spesso di scoprire qualcun altro, con la stessa attitudine, che da qualche altra parte è arrivato ad identiche conclusioni. Più o meno nello stesso periodo infatti, con ben altra autorevolezza e cognizione di causa, il premio Nobel delleconomia Maurice Allais scriveva su "Le Figaro" una serie di 25 articoli sempre più allarmati e violenti, ora con alcune integrazioni pubblicati in un volume (Combat pour I EUrope - Edizioni Clement Iuglat, Parigi).
Nellultimo di questi articoli, del maggio 1994, intitolato "Gli affossatori dellEuropa" Maurice Allais sosteneva senza mezzi tcrmini:
a) - che lesplosione di una disoccupazione non congiunturalc ( + 800% in Francia dal 1970 aI 1993) può essere spiegata solo con unimmigrazione eccessiva e soprattutto con gli effetti insidiosi del libero scambio;
b) - che è falso quel che continuano a ripetere Ocse, Banca Mondiale, Gatt e Commissionc di Bruxelles, che cioé il commercio extracomunitario abbia avuto un effetto globalmente positivo sull'occupazione nella UE;
c) - che questa crescente disoccupazione, abbassando ovunque i salari reali dei lavoratori meno qualificati, aumenta incessantemente le disuguaglianze sociali;
d) - che è falso che la Ue abbia tentato di tutto per combattere la disoccupazione.
Mai infatti ha pensato di rimettere in discussione la sacrosanta dottrina del libero scambismo mondialista."
Al contrario: davanti a questa situazione che prelude a devastanti disordini sociali, "gli esperti continuano incessantemente e dovunque a recitare gli stessi luoghi comuni, gli stessi sofismi, le stesse formule dincantesimo."
E terminava, Allais, lincalzare lucido dei suoi attacchi con una di quelle invettive in cui esplode lo sdegno dei profeti: In realtà quelli che a Bruxelles ed altrove, in nome di pretese necessità di un preteso progresso, in nome di un liberalismo male inteso e in nome dellEuropa aprono la Comunità Europea a tutti i venti di uneconomia mondialista, e la lasciano disarmata senza alcuna ragionevole protezione, quelli che perciò stesso sono fin da ora personalmente e direttamente responsabili di innumerevoli miserie, di disuguaglianze sociali intollerabili e intollerate e della perdita del loro lavoro da parte di milioni di disoccupati, non sono realmente che i difensori di una ideologia abusivamente semplificatrice e distruttrice, gli araldi di una gigantesca mistificazione e gli affossatori della costruzione europea.
Ignoranti e incoscienti, non per questo essi sono meno responsabili e colpevoli."
Se i pronostici di Allais su inevitabili disordini sociali hanno trovato poi in Francia ulteriore conferma, proprio dalla Francia post gollista stanno partendo però anche i primi squilli di guerra contro il "mondialismo" surrettizio della Cee, con annessa logica delle privatizzazioni alla Thatcher. Esponenti del governo infatti hanno, a suo tempo, espresso l'intenzione di inserire nella Costituzione il modello francese di servizio pubblico (sostanzialmente non privatista) in modo da blindarlo contro il rischio che da Bruxelles lo smantellino a colpi di direttive.
E un segnale su cui anche in Italia dovremo cominciare a riflettere, nonostante londata liberal che si riversa da Amato a Berlusconi, specie per quel che riguarda le imprese strategiche dellenergia, delle telecomunicazioni, dei trasporti e le fondazioni bancarie.
Ricordando anche che in Germania metà del sistema bancario è pubblico, e nessuno ci trova da ridire, perchè lunica distinzione accettabile in economia non è tra impresa pubblica e impresa privata, ma tra imprese efficienti ed imprese inefficienti e parassite.
Ma non è solo in Francia che monta la reazione contro lo pseudoeuropeismo mondialìsta e contro il liberalismo selvaggio: un po in tutto lEst europeo è la reazione al liberalismo devastante che sta riportando al potere gli ex comunisti.
Unaltra clamorosa e sorprendente presa di distanza dal mondialismo finanziario è giunta da unistituzione ufficiale: lUnctad, cioè lorganismo delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo.
A differenza di Allais, lUnctad naturalmente non poteva prendersela con il libero scambio. Ha sparato a zero contro il mondialismo finanziario, e proprio perchè viene considerato una delle principali cause della disoccupazione, che per reazione rischia di spingere i Paesi verso nuove forme di protezionismo.
In breve, il rapporto constatava che:
1) - ci sono oggi nei Paesi sviluppati 34 milioni di disoccupati;
2) - i nuovi posti di lavoro che si riesce ancora a creare sono quasi sempre di bassa qualità, (detto per inciso, ecco le professioni che cresceranno negli Stati Uniti di qui al 2.005 secondo le previsioni del Bureau of Labour Statistics, riportate in " The Economist": infermieri a domicilio, analisti e programmatori di computer, agenti di viaggio, cuoche, bambinaie, giardinieri, addetti a uffici legali, insegnanti, addetti a lavanderie. "Posti di merda con salari di merda", è il commento icastico di un sindacalista americano.
Come invertire questo trend disperante, e tornare a creare nuovi buoni posti di lavoro?
Non basta aumentare la competitività del commercio internazionale, ammetteva l'Unctad. Nè tantomeno, a suo giudizio, serve erigere barriere doganali, o imporre un miglioramento nelle condizioni di lavoro dei Paesi del Terzo Mondo, abbassando invece con il ricorso alla "flessibilità" quelle dei Paesi più ricchi. In questo modo si riuscirà solo a deprimere ulteriormente la domanda, e quindi la produzione ed il lavoro nei Paesi più avanzati.
E già ora in questo modo si occulta con lavori precari o "part time sottopagati la vera dimensione della disoccupazione.
Secondo gli economisti dellUnctad che hanno redatto lo studio, i veri colpevoli della disoccupazione sono in realtà le politiche monetarie e fiscali adottate da alcuni anni un po in tutti i Paesi sviluppati, sotto la spinta della "deregulation" e del "mercato globale" finanziario. Cioè politiche di" austerity" e di alti tassi.
Ed ecco i dati. I tassi reali a lungo termine di questi anni sono tripli rispetto a quelli degli anni Cinquanta e Sessanta, che a confronto di oggi, sembrano quasi una età delloro".
"Tassi più alti di qualunque periodo che si ricordi", sottolinea a sua volta Robert Rowthorn, un economista dellUniversità di Cambridge.
E se i tassi reali sono triplicati, la disoccupazione è più che raddoppiata, e considerando anche pseudoccupati e sottoccupati. è quasi quadruplicata.
Sono questi tassi troppo alti che da un lato hanno creato una nuova categoria di "redditieri" che staccano le cedole dei titoli del debito pubblico, e che dallaltra hanno frenato lo sviluppo economico, e la creazione di nuovi posti di lavoro.
Come non bastasse, la globalizzazione del mercato finanziario ha creato una instabilità strutturale dei tassi e dei cambi che rende imprevedibile la domanda di mercato, e frena anchessa la crescita.
Le previsioni di crescita delleconomia per i prossimi anni, avverte lUnctad, sono ben lontane dal poter rovesciare queste tendenze.
Giorgio Vitangeli
Per gentile concessione del quotidiano "Rinascita"
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