di Giovanni Perez
Cè una disciplina, la "Storia delle dottrine politiche", nella quale la nostra cultura nazionale ha apportato contributi certamente fondamentali, grazie allimpegno di autentici maestri. Non fa eccezione la cultura politica maturata nel corso degli anni Trenta, che alcuni, da Eugenio Garin a Umberto Eco, per motivi meramente ideologici, vorrebbero definire in termini di mero oscurantismo e perciò esorcizzare, rimuovere; addirittura, trattare come se nemmeno fosse esistita. Operazione del tutto assurda, peraltro accantonata dalla più recente storiografia. Gli anni Trenta, basterà ricordare questo esempio, furono gli anni in cui a Perugia nasceva e si formava quella che
Francesco Perfetti ha definito una "vera e propria fucina di ingegni", che annoverava: Sergio Panunzio, Roberto Michels, Francesco Coppola, Arturo Olivetti, Paolo Orano, Giuseppe Maranini.
In quel mondo erano già presenti i problemi nodali delle due discipline aventi per oggetto la politica, ossia la "Scienza della politica" e la "Storia delle dottrine politiche", soprattutto, i rapporti tra di esse e il rispettivo metodo di ricerca o, come si usa dire oggi, il loro "statuto epistemologico".
Purtroppo, sono molti i nomi di questi "maestri" pressoché dimenticati e conosciuti solo agli addetti ai lavori: Roberto Michels, Beonio Brocchieri, Ugo Redanò, Carlo Costamagna, Rodolfo De Mattei (1), autori di opere che certamente non sfigurano nemmeno al confronto con la ben più celebre e celebrata Storia delle dottrine politiche di Gaetano Mosca (2). A questi nomi ne va aggiunto un altro, forse ancor più importante, per quanto graduatorie di questo tipo possono aver un qualche significato, ossia quello di Carlo Curcio (3).
Curcio nasce a Napoli nel 1898. In questa città riceve la prima formazione allinsegna della filosofia idealistica. Il suo primo scritto, intitolato Tre ritratti. Botticelli, Ariosto Montaigne, si muove ancora nellambito della critica letteraria e dellestetica, e venne pubblicato dallEditore Morano di Napoli nel 1921. Dal 22 al 25 seguirono una serie di scritti dedicati ancora allestetica,
tra cui Lestetica italiana contemporanea, ma anche ad argomenti storico-politici, come Il pensiero politico di Bertrando Spaventa e Lesperienza liberale del Fascismo, del 1924, che sancisce il suo avvicinamento al movimento mussoliniano.
Sempre nel 24, Curcio fondò la rivista "LIdea", che ebbe assai breve vita. Dopo una serie di studi sul Vico, sul Machiavelli, sul problema del Mezzogiorno, nel 1928 iniziò linsegnamento universitario proprio in quella Perugia di cui si diceva, per diventarne Rettore dal 38 al 43, anno in cui venne esonerato dallincarico in seguito alla sua adesione al Fascismo. Curcio subì uno dei tristemente celebri processi di epurazione voluti dalla "nuova" Italia democratica e liberale nata dalla "resistenza", che lo allontanò dallUniversità fino al 1950, anno in cui fu reintegrato alla Facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" di Firenze. Nel 1968, lanno della "contestazione", Curcio concluse lesperienza dellinsegnamento.
Nel dopoguerra, alla pari di molti altri intellettuali che avevano creduto in quella "rivoluzione mancata" così venne definita da Camillo Pellizzi (4) - Curcio non volle più riconoscersi e impegnarsi in alcuna formazione politica; scelse il silenzio, il mondo chiuso degli studi.
Solo Nino Tripodi, un altro degli epurati, discepolo di Emilio Bodrero (5), riuscì a coinvolgere ed a convincere Curcio a collaborare con lInspe (Istituto Nazionale di Studi politici ed economici), il cui comitato scientifico annoverava, tra gli altri, Alberto Asquini, Emilio Betti, Nicola F. Cimmino, Pietro De Francisci, Giorgio Del Vecchio, Marino Gentile, Piero Operti, Carmelo Ottaviano, Antonino Pagliaro, Gioacchino Volpe. Del II Convegno nazionale dellInspe, svoltosi a Firenze nel maggio del 1960, Curcio fu tra i principali protagonisti, svolgendo una relazione su Linsegnamento della storia nella formazione dei giovani (6).
Ladesione di Curcio al Fascismo fu la conseguenza del riconoscimento dei limiti dello Stato liberal-parlamentare, entrato fatalmente in crisi perché incapace di indicare soluzioni adeguate ai problemi posti dallirruzione nello scenario politico delle masse; irruzione che le speciali modalità con cui si combatté la Grande guerra la "guerra di materiali", secondo la efficace definizione di Junger - altro non erano state che uno degli aspetti più violenti e drammatici. Il Fascismo, come il Curcio chiarì nella voce Rivoluzione fascista del Dizionario di Politica (7), appariva indissolubilmente legato alla figura del suo fondatore, tuttavia, ciò non escludeva il riconoscimento che in tale esperienza si raccoglieva leredità del Risorgimento. Non solo. Quelleredità si era amalgamata con i fermenti presenti nelle tendenze più rivoluzionarie e davanguardia del primo Novecento. Nel movimento mussoliniano, che aveva fatto sue le ragioni dellinterventismo e del reducismo, trovava eco lesigenza della creazione di uno "Stato nuovo" (8) fondato su un principio alternativo sia allindividualismo, sia al collettivismo (9). Da qui, anche, secondo Curcio, la reazione fascista, ossia il tentativo di opporsi alla decadenza morale e politica provocata dallideologia liberale e borghese.
Curcio si impegnò altresì alla definizione del nuovo principio corporativo. Del 1927 è larticolo Lineamenti filosofico-giuridici dellordinamento corporativo; dellanno seguente è laltro saggio intitolato Il problema metodologico del diritto corporativo. A questi contributi, altri ne seguirono, tutti di altissimo livello, soprattutto nella "Rivista internazionale di filosofia del diritto" e su "Lo Stato", di Carlo Costamagna. Da tutti questi contributi emerge una costante preoccupazione: lindividuazione della "forma" originale del nuovo Stato fascista, tanto da distinguerla non solo rispetto a quella dello Stato liberale, ma altresì rispetto a quella che caratterizzava le altre esperienze di "Stato-totale" che andavano sperimentandosi in Europa tra gli anni 20 e 30.
Anche un argomento sul quale si è fatta della facile ironia, ma che ora rientra prepotentemente dalla finestra in tutta la sua importanza epocale, ossia il problema demografico, venne affrontato dal Curcio nel saggio La politica demografica del Fascismo (10), con la consueta competenza e profondità. In questo saggio risaltava laspetto ideologico che giaceva al fondo del problema demografico, il quale andava perciò considerato come "uno degli aspetti essenziali della dottrina politica e sociale del Fascismo" E questo perché a differenza del liberalismo, che, per le sue premesse individualistiche ed edonistiche, non poteva darsi una politica demografica, in quanto indifferente alle esigenze della collettività o della Nazione. Il Fascismo, confutando le tesi del Malthus, aveva tentato di far fronte a quel "regresso delle nascite" quale sintomo della "morte dei popoli" di cui aveva parlato in un fortunato libro Riccardo Kohrer (11), dando vita ad una legislazione il cui perno veniva indicato nella famiglia. Perno cui facevano da corollari la protezione della maternità, la lotta al celibato, le provvidenze per linfanzia e i ceti rurali. Esigenze e argomenti tornati oggi di drammatica attualità, anche in connessione al problema altrettanto epocale delle invasioni verso Occidente di popoli provenienti in maniera massiccia da Sud e dallEst.
Curcio ha lasciato in eredità riflessioni concernenti questioni tanto di carattere strettamente teorico, quanto di carattere più propriamente storico. Per quanto riguarda il primo ordine di problemi, occorre ricordare, in primo luogo, le pagine dedicate allanalisi, svolta sotto il profilo del tutto politico, di due nozioni: quella di "mito", e quella di "idea politica", nozioni, come dirò - peraltro intimamente connesse tra loro (12); in secondo luogo, le riflessioni concernenti la questioni della metodologia specifica alla disciplina della "Storia delle dottrine politiche"; riflessioni consegnata in pagine ancor oggi tuttaltro che superate (13).
Curcio parte da una semplice constatazione: la politica si sostanzia e vive ampiamente in virtù di miti. Miti nel significato moderno del termine, che egli distingue accuratamente da quello antico, citando, non a caso, lautorevole parere di Guénon e Evola. Sono miti politici la libertà, luguaglianza, la sovranità popolare, la lotta di classe, la nazione; miti, ossia pensieri intorno al mondo, messaggi capaci di mobilitare le masse facendo leva sul sentimento più che sulla ragione. I
miti esprimono bisogni, esigenze, tendenze largamente diffuse, di "vagamente intravisto, indistintamente immaginato dagli uomini", fino a quando qualcuno dà a quelle "rappresentazioni informi" un "linguaggio, una fisionomia, riuscendole a fissare abbastanza chiaramente in formule, in postulati, dogmi". E a questo punto che il "mito politico" si trasforma in "idea politica", alla suggestione segue la volontà creatrice e dal piano mitico si passa a quello storico.
Ancor più significativa, però, è limpronta lasciata da Curcio nel campo più strettamente storico. E in questo orizzonte di interessi che emergono, su ogni altro, due grandi temi, che risultano costantemente presenti nellarco dellintera sua attività di studioso. Si tratta dei due temi della Nazione e dellidea di Europa, meglio ancora, dellidea politica di Europa; temi, è quasi inutile dirlo, per vari aspetti tra loro intrecciati (14).
Se oggi il nome di Curcio è noto al di là della ristretta cerchia di estimatori e di discepoli, lo si deve proprio al suo volume - divenuto ormai un classico dedicato allidea di Europa. Questopera va posta accanto a quelle dello Chabod, del Toynbee, di Hazard, di Duroselle. Curcio applica anche in questa occasione il proprio metodo di ricerca, conseguendo un duplice risultato: in primo luogo egli riesce, respingendo qualsiasi forma di apriorismo, a risalire e cogliere tanto la genesi quanto la evoluzione dellidea di Europa, cioè la molteplicità dei significati che nel corso dei secoli a questo termine sono stati riferiti e si sono per così dire - stratificati; ciò senza precludersi, però, la possibilità di evidenziare gli elementi che possono concorrere alla definizione del minimo comun denominatore spirituale ed etico di quellidea medesima. In secondo luogo, lidea di Europa è analizzata, appunto, in quanto "idea politica", il che giustifica il suo precipuo interesse dal punto di vista non tanto della storia in generale, ma di quello più specifico della Storia delle dottrine politiche.
In quanto "idea politica", lidea di Europa, già di per sé difficile da cogliere e definire univocamente, allude ad una realtà sufficientemente unitaria sotto il profilo etico, spirituale, culturale, prima ancora che sotto profili di natura economicistica o istituzionale, come vorrebbero coloro che identificano lEuropa con i sistemi democratici e liberali. E ancor più problematica, poi, lidentificazione dellidea di Europa con quella di "Occidente".
Poste queste premesse, in virtù della ben nota distinzione introdotta da Carl Schmitt tra "Amico" e "Nemico", la possibilità della definizione di se stessi può essere tentata e perseguita attraverso lindividuazione di almeno un altro da noi, quindi, per contrasto e, talvolta, per contrapposizione. Non a caso molte pagine del volume sullEuropa ripercorrono le vicende e le dottrine che hanno segnata la nascita e il cammino di un sentimento di appartenenza ad una realtà avvertita e vissuta come qualitativamente diversa rispetto a ciò che si configurava come appartenente, invece, ad altre realtà geopolitiche e etiche, e quindi allAsia o allOriente e allAfrica, alle origini nota con il termine Libia. La percezione di sé, che si fa coscienza di essere la civiltà per antonomasia di contro a ciò che veniva giudicato come "barbaro", fino a creare quelleurocentrismo il cui massimo assertore fu Hegel, è avvenuto storicamente sulla scia dellincontro-scontro con il mondo slavo, con lIslam, con lOriente contrariamente a quanto sostenuto dai teorici del concetto geopolitico di "Eurasia" e, soprattutto, come conseguenza della scoperta delle Americhe.
Dalle opere del Curcio, anche da quelle di carattere eminentemente storico (15), emerge la consa-
pevolezza che unidea politica, come già il Machiavelli e il Vico ebbero a riconoscere e su cui converge un po tutto il "pensiero politico italiano" nella sua originalità, non deve mai essere il frutto di speculazioni aprioristiche, il parto di astratti desideri della sola ragione; "tanti anni fa dirà nel dopoguerra Curcio ad un gruppo di giovani ci siamo battuti contro il razionalismo". Ecco il punto: il "verum" non può che emergere dal "factum"; le idee sono politiche proprio perché sorgono, come sè detto, da un orizzonte mitico, talvolta trasceso per assumere validità universale. Solo in questo modo, come affermò Friedrich Meinecke, le idee sono e diventano il "sangue della storia".
NOTE
che e politiche, Bologna 1932; C. Costamagna, Corso di Lezioni di Storia delle dottrine dello Stato politiche ed economiche, Cedam, Padova 1931; U. Redanò, Storia delle dottrine politiche, Cappelli, Bologna 1931; Rodolfo De Mattei,La syoria delle dottrine politiche (Guida bibliografica), Istituto di Cultura fascista, Firenze 1938.
successive edizioni).
Solo una breve riflessione sulla questione. Lepurazione aveva lasciato il segno, ma un segno ancor più profondo aveva lasciato la delusione seguita alla sconfitta. Sconfitta soltanto militare? o sconfitta di unIdea nella quale si era creduto? Forse, si dovrebbe rispondere affermativamente ad entrambe le domande, il che solleva la questione, che in questa circostanza non è possibile, non dico esaminare, ma nemmeno accennare, relativa al non aver detto una qualche parola ulteriore proprio su quellIdea. Il che lascia emergere il dubbio che quellIdea politica che si affermò nellesperienza fascista, si era estinta e risolta nella fine di quellesperienza stessa, laddove, invece, proprio i teorici del fascismo: Rocco, Gentile, Ercole, Panunzio, Pagliaro, lo stesso Curcio, avevano riconosciuto un significato universale di essa, al di là dello stesso Mussolini. Perché lintellighenzia fascista, dopo il crollo, tacque? A parte coloro che rinnegarono tutto o che presero altre direzioni, come Delio Cantimori, fu solo la legislazione repressiva, le leggi speciali ad interrompere quel "discorso" nato per oltrepassare le ideologie dellOttocento? Una domanda alla quale, stranamente, non è stata attribuita la dovuta importanza
Roma 1939-1940, Vol. IV. Tra le molte altre voci scritte dallA.: "Anarchia", "Aristocrazia",
"Civiltà", "Giovani", "Legittimismo", ecc.
fascista. Dal 1919 al 1925, a cura di Stenio Solinas, Volpe, Roma 1978.
considerazioni nellambiente accademico poiché proveniva dal mondo forense, in realtà, fu
autore di opere di altissimo pregio, nelle quali, a differenza di quelle scritte proprio dagli
accademici di estrazione (Ranelletti, Crosa, Romano ...), è dato rinvenire la definizione
giuridico-politica del Fascismo. Rimando alle due opere: Storia e dottrina del fascismo, Torino
1938 e ristampato dalle Edizioni di Ar in due volumi nel 1983-84; Elementi di diritto pubblico
generale, UTET, Torino 1944.
volumi: Nazione, Europa, Umanità, Roma 1950; Nazione e autodecisione dei popoli, Giuffré, Milano 1977 (uscito postumo, essendo scomparso lA. nel 1971). Per quanto concerne laltro tema, quello dellEuropa, a parte la rivista uscita per qualche anno con questo nome, segnalo: Verso la nuova Europa, Napoli 1934; Europa. Storia di unidea, uscito in prima edizione da Vallecchi nel 1958, in due volumi e, nel 1978, ristampato a Roma, ma mancante dellessenziale apparato delle note al testo.
(per gentile concessione della rivista "ORIENTAMENTI")
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