Marcia su Roma: indimenticabile!

 

Se si chiedesse a un giovane, se si chiedesse a un italiano, anche a un professionista di media età che cosa è stata la Marcia su Roma e se si volesse riassumere un giudizio e un parere in sintesi sulla Marcia su Roma, credo che, più o meno, la risposta sarebbe questa: la calata verso Roma di alcune migliaia di facinorosi distributori di manganellate e di olio di ricino che poi andarono al potere come se venissero dal nulla, all'improvviso, tra la sorpresa generale. Perché - sembra incredibile, ma è così - a settantasette anni da quell'evento, quasi se ne ignorano i contenuti essenziali.

Per esempio, si ignorano che arrivarono a Roma e per quali motivazioni, si ignora anche che essi operarono in un preciso contesto politico che si chiamava il biennio rosso. Di solito nelle ricostruzioni sullo squadrismo, sullo sviluppo del primo fascismo si ignora questo dato essenziale: che l'Italia nel 1919, nel '20, fino al primo semestre del 1921, visse in quello che gli storici tutti - concordemente all'epoca e negli anni immediatamente successivi, (di cui poi la cultura egemone del marxismo ha fatto scomparire perfino la dizione) definirono il "biennio rosso". L'Italia conobbe, ad opera delle sinistre, un periodo incredibilmente sanguinoso e turbolento di violenze, di sangue, di assassinii anche, di efferatezze e di atti barbarici che sono stati quasi completamente dimenticati.

1919 - Elezioni politiche del 16 novembre - Undici milioni di elettori andarono alle urne, solo il 52% (anche allora c'era un eccezionale astensionismo). I socialisti conobbero una vittoria clamorosa, un terzo dei voti e 156 deputati. Nel 1913 data delle elezioni precedenti, ne avevano avuto soltanto 48. Socialisti erano allora anche quelli che poi diventarono i comunisti. 100 seggi li ebbero i popolari, anch'essi accesamente di sinistra. Si ebbero dunque 256 deputati su 508, quanti ne contava la Camera che venivano da forze antinazionali o a-nazionali, nel senso che erano forze politiche che anche culturalmente avevano sempre contestato il processo di unità nazionale. I popolari erano stati, per ovvii motivi di discendenza dal filone Vaticano, contrari all'Italia; i socialisti erano stati contrari all'Italia e alla guerra. Forze estranee ed avverse, dunque, alla storia della costituzione in Italia e dell'Italia. In quelle elezioni Mussolini fu bocciato. A Milano, clamorosamente bocciato.

L'Avanti scrisse: "Sembra che un cadavere è stato ripescato dalle acque del Naviglio, si tratta del cadavere di Benito Mussolini". Da lì prese l'avvio, da questa clamorosa vittoria delle sinistre, prese l'avvio il biennio, quello che fu chiamato il "biennio rosso". Ci furono scioperi e saccheggi in quei pochi mesi del 1919. Furono uccisi - perché la forza pubblica interveniva di rado - 145 scioperanti in poche settimane. I treni venivano bloccati non appena osava salirvi un ufficiale in divisa; tanto che lo Stato Maggiore emise una vergognosa disposizione che invitava gli ufficiali ad evitare di mostrarsi in divisa al di fuori dello stretto ambito delle caserme, se non chiedendone apposita autorizzazione. Terracini, comunista, ha scritto: i negozianti a migliaia, in quei mesi, portavano le chiavi delle loro botteghe alle Camere del lavoro come all'unico organismo di potere e di equità che funzionasse ancora nelle città". Questo è detto nel bollettino comunista del 28 luglio 1921. Poi le sinistre, che avevano stravinto, dilagarono nel Paese. In coincidenza, poi, con la vittoria dei bolscevichi dell'armata rossa che il 15 agosto del 1920 con alla testa il Generale Budyenni entrava nei sobborghi di Varsavia, una sorta di delirio socialista percorse senza freni tutta l'Italia. Solo per fare alcuni esempi: ad Abbadia San Salvatore una vera orda di dimostranti si scaglia contro una processione religiosa percuotendo vecchi, donne e bambini. Il frate Angelico Cambossi viene ucciso sulla porta della chiesa e muoiono accanto a lui un vecchio, un bambino e un carabiniere che aveva tentato di difenderlo. A Lucca, durante il giuramento delle reclute, il colonnello comandante del Distretto viene insultato dai soldati che intonano "Bandiera Rossa". A Milano il brigadiere Ugolini viene ucciso per strada a colpi di bastone e coltellate. A Torino due giovanissimi anticomunisti, Mario Fonsini e Costantino Scimula, vengono sequestrati, condotti in una fabbrica occupata, processati da un "tribunale del popolo" e massacrati sul posto. Alla Camera - risulta negli atti parlamentari - un deputato, l'On. Seboglio, denuncia un episodio di barbarie inaudita. I sovversivi mantovani dissotterrano la salma appena inumata della figliola del conte Arrivabene e la fanno a pezzi. Si potrebbe proseguire per pagine e pagine. Questo fu il "biennio rosso". Per tutto il 1920 accadono di questi episodi, sempre più gravi, con punte di violenza barbarica che l'Italia non aveva mai conosciuto. Ecco, quando gli storici poi si interrogano sul perché della reazione fascista, non si può e non si deve dimenticare che la reazione avvenne in dipendenza di questa situazione. Non si può dimenticare, per esempio, che reduci e combattenti e mutilati, appena tornati dalla guerra, furono insultati, derisi, emarginati, spesso perseguitati, talvolta barbaramente uccisi, finché questo mondo ancora fresco di trincea, che veniva da quella guerra sanguinosissima, lunga, interminabile, straziante, si rimboccò le maniche e cominciò a reagire alle violenze delle sinistre.

Al "biennio rosso", mentre l'Italia, come scrisse Farinacci, stava precipitando verso la guerra civile, successe la reazione degli anticomunisti, soprattutto dei reduci, soprattutto dei combattenti, soprattutto dei mutilati. Fermentò nell'anima, nello spirito, nella vita anche quotidiana di questi milioni di persone che tornavano dalle trincee, il vilipendio della vittoria. Il 4 novembre del 1920 fu organizzato uno sciopero per chiedere che fosse cancellato dal calendario nazionale come giorno della vittoria e centinaia di migliaia di operai percorsero in corteo le strade delle principali città italiane. E allora il reduce, il combattente che stava nella sua casa, che era tornato nel suo piccolo centro (l'Italia allora era fatta di tanti piccoli centri minori) con quale stato d'animo doveva vedere tutto questo? Inevitabile fu la reazione; una reazione di carattere emotivo, di carattere sentimentale, di difesa dei sacrifici fatti durante la guerra, degli immensi sacrifici, dei seicentomila morti, del milione e mezzo di mutilati, di gente comunque uscita gravemente lesa dalla vicenda bellica.

Ci fu tutto questo, ma poi diventò, per effetto dell'opera di Mussolini, un fatto politico che si chiamò fascista.

Non è esatto, è anzi assolutamente falso dire, che il fascismo venisse dal nulla, che quelle migliaia e decine di migliaia della Marcia su Roma, fossero come dei marziani calati da chissà quale continente astrale. Venivano, invece, dalle viscere stesse della società italiana, dal tormento di quella società, da settimane, da mesi, da anni, di violenza inaudita, dopo che c'erano stati sulle piazze centinaia e centinaia di morti. Da parte fascista, come da parte degli altri, ma con questa differenza: che i fascisti risultavano sempre uccisi e massacrati negli agguati degli avversari, mentre quelli di sinistra cadevano a causa delle reazione che qua e là doveva effettuare a un certo punto la forza pubblica.

Alle elezioni politiche del maggio 1921, quindi nel pieno del "biennio rosso", nonostante le violenze, lo sbigottimento, le prese di posizione dei giornali, i marxisti, chiamiamoli così, persero soltanto 18 seggi e tornarono alla Camera in 138, 122 socialisti e 16 comunisti. I fascisti ne ebbero 35. Due deputati furono eletti nelle liste dei combattenti e 10 eletti con le liste dei nazionalisti. Si tentò in quel periodo quella che è rimasta nella storia come l'operazione di pacificazione nazionale. Ma l'operazione fallì, benché si proponesse un fine nobile. Lo stesso Mussolini, pur tra gravi contrasti nel partito, era stato all'inizio tra i firmatari di quel patto di pacificazione. Fallì perché il P.C.I. premeva sui socialisti e fece decadere l'accordo; e perché gli arditi rossi rifiutarono ogni concessione al concetto di pacificazione. E si tornò allo scontro frontale. In quattro mesi e mezzo,dal luglio al 15 novembre del 1921, furono uccisi 60 fascisti in una serie di agguati, in tante strade, in tanti vicoli di tante città italiane.

E' in quel momento, perché prima la reazione ere stata spontanea, si, ma disorganica e frammentaria; è in quel momento che nasce lo squadrismo. Un fenomeno multiforme e complesso. Se vogliamo approfondire l'argomento, vediamo che lo squadrismo nasce da questo sottofondo, da questo retroterra umano di futuristi, di dannunziani, di reduci anche dell'avventura fiumana; nasce anche con una sua anima, non razionale; dalla lotta politica che continuerà ad essere peculiare del Fascismo. Nasce come anima che addirittura si inebriava di ritualismi, di sentimentalismi, di costumi a volte poetici o lirici, a volte anche cupi e minacciosi, a volte anche beffardi, goliardici.

C'era del romanticismo e del classicismo insieme, in questa zona, in questo aspetto del carattere italiano. Lo squadrista, nei termini in cui venne subito configurandosi, come tipo umano, peculiare di quel periodo della lotta politica in Italia, ripeteva anche dall'ardito il suo atteggiamento concreto. E lo squadrismo cominciò a richiamare, verso la metà del 1920 - e via via il fenomeno si accentuò - cominciò a richiamare non solo i reduci delle trincee e dell'avventura fiumana, ma anche decine di migliaia di elementi giovani, studenti, soldati delle ultimissime leve, professionisti alle prime armi che non avevano ancora la remora del loro inserimento sociale. Da un'angolazione di sinistra tutto questo, ovviamente, è stato sacrificato, marginalizzato, ignorato. Le definizioni di sinistra sono belle e pronte, le conosciamo: gli squadristi erano spostati, piccoli avventurieri, gente incapace di reinserirsi nella società civile, dopo il trauma della guerra, persone ammalate di estetismo dannunziano o delle apostrofi rutilanti di Marinetti. Il dannunzianesimo contò molto, Marinetti col futurismo influenzò moltissimo, come tutti sappiamo, il fascismo. Ma in realtà, lo squadrismo aveva suoi connotati precisi. Ci sono differenze nella violenza che in Italia allora imperversava a tutti i livelli. Gli elementi di sinistra si scatenano in quella violenza, gli squadristi vanno all'attacco, o meglio ancora, all'assalto. I primi di solito si esprimono e si riassumono nella folla che si scaglia contro qualcuno o contro qualcosa: contro le caserme, contro le stazioni dei carabinieri, contro l'ufficiale in divisa, contro chi, anche in ambito civile, osa mostrare sul petto, sulla giacca, i segni delle mutilazioni riportate in guerra. Gli squadristi invece non si scagliano, gli squadristi arrivano incolonnati, inquadrati, agiscono per gruppi compatti e non soltanto all'insegna della disciplina militare, ma con un loro stile. A sinistra c'è il corteo massiccio che deborda dalle strade sui marciapiedi e sparge un senso di panico intorno a sé, con i cartelli di Lenin fatti ondeggiare a centinaia. Lenin che allora veniva raffigurato per com'era, con gli occhi mongoli e col volto asiatico dei tempi in cui il socialismo veniva veramente dall'Oriente, dalla Russia, con l'etichetta incisiva di comunismo di guerra e con la selva imponente delle bandiere rosse. Dall'altra parte abbiamo la sfilata ritmata da un passo soldatesco, abbiamo il tricolore, abbiamo i gagliardetti in testa.

Le manifestazioni di sinistra richiamavano nell'immaginario collettivo, irresistibilmente, alla rivoluzione russa, i cui marinai avevano buttato gli ufficiali nelle caldaie delle navi. Richiamavano alla prospettiva Newski nereggiante di lacera plebe insorta e a tutta la mitologia, allora leggendaria, che veniva dall'Unione Sovietica. Le manifestazioni fasciste evocavano, per linee immediate e sentimentali, il Carso, Trento e Trieste, i sacrifici ancora recentissimi sul fronte dal quale i tanti erano appena tornati.

E gli squadristi indossarono allora, perché prima non l'avevano, la camicia nera. Anche questo è poco conosciuto. La camicia nera veniva dalla guerra, ovviamente veniva dalle formazioni d'assalto, come il fez che indossavano gli estremisti. Ma era pure la camicia da lavoro degli operai dell'Emilia e della Romagna. Qualcuno ha sostenuto anche che era l'unico colore allora disponibile in un'Italia in cui c'erano le camicie rosse usate dagli avversari, le camicie azzurre dei nazionalisti e perfino i liberali andavano in giro inquadrati con le loro camicie color kaki. Mentre il bianco era, ovviamente, appannaggio dei popolari, che erano i democristiani di sinistra dell'epoca. Restava il nero: colore che veniva dalle trincee, ma veniva anche dalla tradizione di lavoro delle plebi operaie, dai più sfruttati tra gli operai dell'Emilia e della Romagna. Uno storico di sinistra nel concludere una sua analisi, pubblicata dal "Resto del Carlino", del fenomeno fascista ha detto: "Bisogna riconoscere che in Italia, in Europa, nel mondo, ci fu il "sole dell'avvenire", il quale ebbe una funzione mitica e leggendaria, come tutti sappiamo, ma ci fu anche, quello che molti definirono il sole dei poveri, i poveri delle plebi sfruttate, dell'Emilia e della Romagna con la loro camicia nera, i poveri della parte più diseredata della società italiana, dell'Europa e del mondo". Viva la morte, griderà il "Tercio" di Milan Astray durante la guerra civile spagnola. Il segno di morte avranno i cortei dei giovanissimi della Hitler Jugend durante le colossali manifestazioni naziste. Invece sul versante fascista c'è, c'era allora, un altro spirito: a noi la morte non ci fa paura, ci si fidanza e ci si fa l'amore. Così cantarono i giovani, tanti anni dopo, sull'ultima trincea del Fascismo italiano nella Repubblica Sociale Italiana.

Anche il grido che cominciò a circolare in quelle adunate e fulmineamente si diffuse, il grido "A noi", rientrava nella stessa linea, era un appello a intervenire, ad aiutare e ad aiutarsi, di quei pochi coraggiosi che osavano andare controcorrente. A dare una mano, ad impegnarsi. Era il richiamo rivolto agli altri, perché non lasciassero solo nel frangente difficile, il piccolo gruppo che si batteva contro avversari tanto più numerosi. Alcuni reparti di arditi avevano cominciato ad usarlo negli ultimi mesi della guerra, quando balzavano per primi dalle trincee e lo gridavano forte ed alto per tirarsi dietro gli altri, gli esitanti, i meno decisi, i più deboli o timorosi. Da D'Annunzio gli squadristi ripresero lo sprezzante "me ne frego" e l'"eia-eia-alalà", l'antico grido di guerra che il poeta soldato aveva rinverdito durante il volo su Vienna. E poi, come scavando nelle profondità, nell'anima della storia, dell'immaginario collettivo, della stirpe italiana e romana, tutta una nomenclatura ed una tematica che si rifacevano a Roma, alla romanità. Gli squadristi non andavano in masse minacciose, come facevano quelli di sinistra. Gli squadristi sfilavano come i legionari: avevano legioni, drappelli, manipoli, centurie. Quando passavano inquadrati in quel modo, con le decorazioni sulla camicia nera, anche senza che nessuno degli spettatori se ne rendesse razionalmente conto, tendevano a reincarnare di fronte all'opinione pubblica, quasi fisicamente, alcuni valori di tipo classico. Erano l'ordine contro il disordine, erano la gerarchia contro l'egualitarismo, erano la disciplina contro il rilassamento e lo sbracamento: il fascio littorio, il pugnale, la bomba a mano, i labari e i gagliardetti prima, e poi via via, la scure, l'aquila, il lauro come fregio, gli stivali stilizzati in turchino. Nasceva tutta una simbologia complessa nella quale si intrecciavano ricordi bellici recentissimi, e ancora operanti psicologicamente nella marea di reduci, a richiami storici di indubbia presa, in un'Italia che era allora intrisa di cultura classica. Tra i labari e le camicie nere fece capolino, subito, e si impose, anche simbolicamente il manganello: altro attributo peculiare dello squadrismo. Può sembrare strano, ma il manganello aveva invece origini di sinistra, prima di venire a simboleggiare l'emergere e l'irrompere dell'attivismo fascista.

Ci fu dunque, alla base del fenomeno squadrista, non solo un senso istintivo di rivolta e di reazione alle violenze del "biennio rosso": ci fu anche tutta una complessa simbologia, canti, canzoni, stornelli, inni. Quasi mai inni di violenza, di morte o di minaccia, quasi sempre inni di vita, alla bellezza della vita, alla giovinezza, come si intitolò poi l'inno ufficiale di quel periodo. Gli squadristi adottarono la camicia nera, ricorsero al manganello, ed è così che ci si avvia alla marcia su Roma.

Vediamone i precedenti. Chi la volle. In realtà, a volere, ad insistere, quasi ad imporla allo stato maggiore fascista, fu Mussolini. E fu un'operazione, la Marcia su Roma, perfetta: perfetta anche dal punto di vista tecnico ed operativo. Ricorre a questo punto la famosa domanda: ma se l'esercito avesse sparato, se a Roma non fosse stato revocato, dopo appena tre ore, lo stato d'assedio, cosa sarebbe accaduto? Bene il rapporto di forze tra gli squadristi che marciavano su Roma e l'esercito che doveva applicare lo stato d'assedio era nettamente a favore dei primi: il che spiega, documenti alla mano, perché il re, dopo alcune ore di drammatica indecisione, revocò lo stato d'assedio. A Roma, in quel periodo, anche perché l'esercito, le forze armate, la marina, l'aviazione, tutto, era stato smantellato durante il "biennio rosso", per la nota situazione politica e direi anche culturale, in tutto esistevano novemila uomini. Ma, si dice, calavano su Roma venti, trentamila squadristi male armati. Anzitutto gli squadristi erano armati: alcuni reparti erano armatissimi. I depositi di armi dell'esercito furono tutti occupati, a volte, con l'aiuto degli stessi ufficiali che dovevano difenderli. Quando si presentavano certi reparti squadristi, con alla testa gli ufficiali superdecorati che venivano dalla trincea, medaglie d'oro, medaglie d'argento, e trovavano il collega che era stato con loro, quelli non si sparavano ed anzi tendevano a fraternizzare. Quindi gli squadristi conquistarono scientificamente tutto il territorio italiano, al Nord, al Centro e al Sud. E quando si fa dell'ironia su Mussolini che arriva a Roma, in treno, vestito con la giacca di vigogna come se facesse una passeggiata, si dimentica che se arrivò in treno era perché i sindacati fascisti dei ferrovieri avevano occupato militarmente tutti i trasporti ferroviari. Mussolini poté arrivare in treno non per gentile concessione del Sovrano, ma grazie al retroterra fascista. Quindi non erano solo i trenta o quarantamila di Roma. Era in marcia, da Foligno, una colonna che era armata di mitragliatrici, perfino di cannoni, di migliaia di fucili, di tutte le armi saccheggiate a Spoleto: fu uno degli ultimi grandi depositi militari dell'esercito italiano che gli squadristi occuparono e saccheggiarono, distribuendosi poi le armi. Ce ne erano decine di migliaia all'opera: a Milano, a Torino, a Genova, a Parma, a Piacenza, a Bari, dappertutto. Le ferrovie presidiate, le prefetture occupate. Gli squadristi entrarono in tutte le caserme italiane. Quindi quello che si vedeva intorno a Roma era solo la punta dell'iceberg. E a Roma c'erano per difenderla, per rendere operativo lo stato d'assedio, soltanto 9.500 uomini, con poche mitragliatrici, due cannoni e poco altro di riserva. Ecco perché il Re si arrese alla realtà e disse ai collaboratori militari: "Ma se dessimo l'ordine di sparare cosa farebbe l'esercito?". E tutti i generali dissero: "Maestà, è meglio non darlo quell'ordine: perché non siamo certi che verrebbe eseguito".

A Genova l'esercito schierò alcuni reparti per difendere la città, mentre colonne di fascisti affluivano armati verso la città: gli squadristi occuparono la città dal mare, con una operazione anfibia, con alcuni zatteroni che erano stati messi a disposizione dai portuali fascisti. E ce n'erano quattromila che marciarono verso la zona esterna della città; e altri quattromila armatissimi, entrarono a Genova alle spalle dello schieramento dell'esercito.

E allora come si fa adire: un pugno di facinorosi, armati di manganelli, con qualche distribuzione di olio di ricino?

La Marcia su Roma fu tutta altra cosa!

Fu una delle poche cose serie che siano mai avvenute in questo nostro Paese, che di cose serie ne ha conosciute raramente nella nostra storia moderna. Una operazione complessa, di alta strategia politica. E quindi, praticamente, ecco la graduale sostituzione allo Stato, in tutti i suoi poteri, con il Re che alza bandiera bianca, perché i generali gli avevano consigliato di non dare l'ordine di sparare, perché l'esercito era praticamente già passato dall'altra parte. E se non ci fosse stato tutto questo, dentro e dietro la Marcia su Roma; se non ci fosse stato questo retroterra complesso, multiforme, fatto di cultura - perché i maggiori uomini di cultura dell'epoca stavano dalla parte del fascismo - se non ci fossero stati riti, miti, simbologie, canti, canzoni e sprezzo della vita, sprezzo della morte, gusto della vita e dell'avventura, ecco, poi, superata la fase del ristabilimento dell'ordine, beh, il fascismo non avrebbe fatto quello che in effetti fece: uno Stato di tipo diverso, le grandi opere pubbliche, la volontà di ricostituire una nazione. Ecco, se fosse venuto dal nulla, se fosse stato veramente l'espressione di un pugno di facinorosi e basta, non avrebbe creato, messo in piedi, tentato, sperato, fatto credere quello che creò, che mise in piedi, che riuscì a far marciare, che riuscì a far credere e a sperare. Non sarebbe stato per decenni e decenni, come è ancora oggi, il "sole dei poveri": come adesso scrive persino l'antifascista "Resto del Carlino"!

 

P. R.

 

Scrivi a:

Scrivici: ti risponderemo!

rivolta@freeweb.org

torna alla pagina principale

clicca qui e torni alla pagina principale

Aderisci a Virgilio People nel gruppo fiamma: appuntamenti ed altro

Abbonati a I dissidenti

Digita il tuo indirizzo e-mail:
archivio fiamma
Un gruppo ospitato da: Virgilio People

Guadagna soldi con Tempolibero.com

 

Io Uso FAROWEB

 

Powered by Aspide

Vola in un'altra pagina